Cronache d’Antan

Resoconto romanzato di un emigrante travolto da una insolita passione

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 25 marzo 2016
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Riportiamo  una storia accaduta 96 anni fa ad un cittadino andriese, descritta dal Giornale delle Puglie nella edizione del 27 dicembre 1920, e che vale la pena riscrivere integralmente perché raccontata dal cronista dell’epoca con dovizia di particolari che la rendono appassionante; la classica storia che sembra uscita dalla trama di un film. Sono passati due anni dalla fine della prima guerra mondiale e l’Italia non ha ancora assorbito il trauma della cosiddetta “vittoria mutilata”. Manca alle aspirazione dei nazionalisti la liberazione di Fiume, nella cui vicenda risalta la figura di D’Annunzio, poeta condottiero che guidò una spedizione di volontari contro ogni divieto imposto dal Governo e dagli alleati.

Il Giornale titola a tutta pagina “La battaglia fratricida iniziatasi alle porte di Fiume”  riferendosi all’attacco dell’esercito italiano, alla vigilia di Natale contro i legionari guidati da D’annunzio ( dileguatisi al primo colpo di cannone). Mentre i problemi italiani continuavano ad avvilupparsi attorno ad inutili obiettivi, si trascuravano le tristi e reali condizioni del Paese. Per di più, la intricata e impaludata situazione politica impediva ogni ripresa della economia sfinita (ad eccezione dell’industria bellica) dai quattro anni di guerra. In questo contesto, ecco la nostra cronaca titolata “ Chi è l’ing. andriese Merra protagonista della tragedia passionale a Milano”. “ La notizia della tragedia svoltasi a Piazza Cordusio a Milano sere orsono, in cui fu protagonista la moglie del nostro concittadino ing. Emanuele Merra s’è sparsa rapidamente nella Città ed è stata commentata vivacemente in tutti i ritrovi. Tutti ricordano il Merra come un giovane pieno d’intelligenza e di grande volontà quando frequentava le scuole tecniche nella vicina Barletta ove recavasi ogni mattina a piedi pur essendo privo di mezzi. Figlio di un modesto muratore, egli seppe farsi strada da sé , senza gli aiuti dei terzi. Quando ebbe conseguita la licenza tecnica si recò a Sorrento in quella Scuola Nautica. Egli desiderava ardentemente di riuscire ingegnere navale e sperava mediante un sussidio dello Stato di poter frequentare le scuole nautiche di Spezia prima e di Newcastle poi. Ma pare che i suoi piani andassero falliti. Non si dette per vinto, persistette nella lotta. Dopo essersi diplomato a Sorrento, si domiciliò a Milano dove lavorò a tutto e così riuscì a prendere la laurea in ingegneria.

In breve riuscì a farsi conoscere nell’ambiente milanese. A guerra scoppiata presentò ad una commissione militare interalleata un esplosivo di sua invenzione ed un meccanismo per il getto delle bombe eseguito dall’alto per mezzo degli areoplani. Le sue invenzioni vennero approvate e presto sorsero sotto la sua direzione alcune fabbriche che dovevano costituire la sua fortuna. In poco tempo egli divenne milionario  e con i milioni ebbe, consule Orlando, la onorificenza di Commendatore. Da alcuni anni, il giovane ingegnere aveva contratto una relazione con una sartina, un’avvenente giovane, tale Rosa Menni dalla quale aveva avuto due figli. La relazione extra legale continuava senza ombre né dissapori. Ma un bel giorno il padre di lui, che s’era domiciliato col figlio a Milano, indusse questi a regolare davanti ak Sindaco la sua unione. Ma capita spesso nella vita che il matrimonio legale è la fine dell’amore. Così fu per i coniugi Merra. Il matrimonio legalizzato fu l’inizio della fine dell’affetto che v’era tra i due. Una dattilografa, certa Maria Ceretti, ch’era nello studio dell’ingegnere divenne in breve tempo l’amante del Merra. Costui di temperamento vivace e passionale si lasciò andare alla deriva senza mettere nessun limite nei rapporti che divenivano sempre più intimi con la graziosa impiegata. Egli amò perdutamente la Geretti fino a dimenticare l’altra. Anzi il suo amore fu così folle che divenne geloso di lei. Arrivò a sospettare che anche i suoi amici più intimi potessero annebbiare l’idillio ormai indissolubile. Ebbe timore di tutto e di tutti. E per avere maggiore libertà e sicurezza nella sua relazione, mise alla suite della moglie che più volte aveva cercato inutilmente di spezzare l’anello malefico, due detective. Gli amanti, spesso si allontanavano da Milano per essere più liberi, e in una F.20 H.P. raggiungevano punti più ridenti del nostro litorale. E pagine di piacere intenso essi scrissero a Rimini, San Remo, Viareggio, Venezia.  Il giovane ingegnere che così facilmente aveva fatto la sua fortuna, sfoggiò la sua ricchezza in quelle stazioni climatiche. Lontano dallo  stupido ménage di Corso Buenos Aires, Emanuele respirava a pieni polmoni e godeva la vita. Il padre suo e la moglie inutilmente cercavano di ricondurlo all’ovile.

Ormai tutti i legami formali erano spezzati. Agli amici che lo richiamavano all’ordine rispondeva - Ma quella donna con quattro biglietti da mille, quattro carezze e quattro schiaffi la metto a posto- . S’intende che egli parlava così di sua moglie. E poi egli dalla dattilografa aveva avuto un figlio, quindi ce n’era abbastanza per giustificare davanti a se stesso la relazione illecita. La moglie, però, non si dava per vinta; si sentiva profondamente offesa nel suo sentimento di donna e di madre, tanto più che il marito era giunto a dare all’amante la gerenza di una succursale del calzaturificio di Tradate sito in piazza Missori. Orami ella non ne poteva più. E’ riuscita a conoscere le abitudini degli amanti. Una sera e precisamente la sera del 23 (dicembre 1920) ha atteso la coppia adultera nel Restaurant Savini. Qui ha visto entrare i due e cenare allegramente in una petit table appartata. Dopo che la coppia felice è uscita, la signora Menni l’ha macchinalmente seguita fino a piazza Cordusio. Ad un certo punto, lui è sceso solo nei gabinetti di decenza sotterranei che sono in quella piazza. Le due donne fatalmente si sono trovate do fronte. La signora Menni ha tentato disperatamente ancora una volta di persuadere la rivale, ma costei è rimasta sorda a tutte le preghiere. E così è avvenuto ciò che doveva avvenire. La dona ingannata mille volte, offesa palesemente e non, ha vendicato da sé tutte le offese commesse contro il suo onore e il suo orgoglio, e ha sparato con una Browningh sette colpi contro l’adultera. Un proiettile ha colpito mortalmente alla tempia la Cerretti che è caduta al suolo fulmineamente.

Un’altra pallottola errabonda ha ferito gravemente un passante. La vendicatrice s’è allontanata rapidamente dal luogo del delitto e subito dopo da un brigadiere della Regia Guardia è stata condotta in Questura. Così cade il velario su questa tragedia dell’adulterio. La signora è stata inesorabile con la sua rivale che ha ritenuto la maggiore colpevole del faux-ménage quasi la fascinatrice cosciente che le aveva sottratto il marito e l’uomo.”

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