La Destra che non c’è

La necessità di ridisegnare il centrodestra in Italia

Nico Lotito A Lume Spento
Andria - venerdì 24 giugno 2016
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Le elezioni amministrative tenutesi recentemente con tanto di supplemento quindicinale, hanno evidenziato in maniera molto netta che, prescindendo da quali comuni siano andati a chi, il centrodestra in Italia ormai ragiona inesorabilmente da minoranza. Non una minoranza dettata dai numeri o dalle percentuali attribuibili a ciascun partito della coalizione, bensì una minoranza endemica, cognitiva e propositiva.

Nel mentre la discussione a destra sembra vertere principalmente su aggettivi quali "populista" e "moderato" cui ci si sforza di attribuire un significato politico e sociologico, il movimento cinque stelle ha individuato la ricetta per intercettare voti che trascendano la mera protesta, e il centrosinistra (questo sì, ormai, più che moderato nei fatti e nella sostanza) si prende ciò che resta a disposizione. Le divisioni interne alla coalizione, con tanto di alleanze a geometria variabile nei diversi comuni interessati dal voto, sono la prova di una litigiosità frutto della mancanza di contenuti condivisi e condivisibili che disorientano l'elettorato (o ciò che ne rimane), "votandolo" all'astensionismo e al disinteresse.

Nei primi anni settanta Giuseppe Prezzolini, dopo aver pubblicato il Manifesto dei conservatori, coniò la formula "la destra che non c'è" per indicare il deficit politico culturale, in Italia, di un moderno conservatorismo; di fatto oggi chi voglia rifondare il centrodestra deve confrontarsi con un dato: non esiste un bacino di voti ben definito e circoscritto cui attingere. Il potenziale elettorato è, infatti, indignato e demoralizzato dinanzi ad un ceto politico privo si studi, di approfondimenti culturali, ripiegato su una sbiadita scopiazzatura delle tematiche nord europee ed incapace di tracciare una visione autonoma e di prospettiva. Quindi il tema è culturale più che politico; ripensare e ridefinirsi dinanzi ai cambiamenti sociali, individuare le istanze da rappresentare, scegliere una politica economica che non sia solo contraria a quella degli avversari e che tenga conto dei nuovi assetti a livello europeo e mondiale.

Un centrodestra attivo dovrebbe ripartire dalle idee e scendere verso i programmi; affidarsi alla credibilità delle persone; liberarsi dalle figure mediocri e improvvisate che lo popolano; riprogrammare la classe politica svestendosi dei personalismi e abbandonando il tema ormai stantio della successione. La mancanza di un'offerta credibile di valori e idee alternativi al centrosinistra, sta ridimensionando il centrodestra privandolo del suo ruolo in seno all'alternanza degli schieramenti propria di una democrazia. Se, così come pare verosimile, nelle città di Torino e Roma molti elettori di centrodestra chiamati al voto hanno sostenuto, nei ballottaggi, le candidature dei cinque stelle, bisogna chiedersi il motivo per il quale sia stata operata tale scelta; liquidare il tutto con un semplicistico “hanno votato per il meno peggio o contro il PD di Renzi” rappresenta l’errore più grave che il centrodestra possa compiere, già che, se pur fosse una affermazione veritiera, essa rappresenterebbe il peggio della politica. L’identità è l’unico modello di fidelizzazione degli elettori e, quando questa si ridimensiona o, peggio, viene meno è il sintomo di un fallimento strutturale ed ideologico che va esaminato nel profondo.

Il centrosinistra conferma le doti camaleontiche proprie di chi, attualmente, lo rappresenta; i cinque stelle sono chiamati all'esame di maturità con Roma e Torino, il centrodestra, invece, non c’è e questo rappresenta un limite di tutta la democrazia italiana.

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