Derive Metropolitane

​Uno strumento alternativo di percezione, conoscenza e fruizione del paesaggio

Marialba Berardi architettur_A_ltrove
Andria - venerdì 16 settembre 2016
© n.c.

Il dibattito sulle trasformazioni del territorio ad opera dell’uomo e sulle interazioni che di conseguenza si innescano, da qualche decennio si è arricchito di una nuova forma di studio e riflessione, basata sull’analisi percettiva e multisensoriale dello spazio, con il solo ausilio di carta, penna, fotocamera…..e comode scarpe.

La deriva, appunto, è lo strumento che consente di attraversare realtà urbane e non, avvicinarsi e prendere contatto con i suoi aspetti più quotidiani che risultano sfuggenti all’occhio estraneo, immergersi, attraverso l’atto del camminare, nella realtà che identifica un luogo – spesso marginale – ricavandone impressioni, sensazioni, osservazioni che vengono poi sintetizzate in una mappa concettuale (con la medesima sensibilità ed attenzione, lo stesso Paolo Rumiz, ha percorso a piedi la via Appia, realizzandone alla fine un libro ed un film-documentario).

 “Chi perde tempo guadagna spazio”. Questa frase, ripresa dalla voce di Francesco Careri (1966), professore associato al Dipartimento di Architettura presso la Facoltà di Architettura di Roma Tre, sintetizza l’approccio innovativo di studio delle realtà trasformate ad opera dell’uomo, siano esse urbane e non, attraverso una esperienza diretta di attraversamento di questi spazi e di interazione con i loro abitanti.

Rappresenta una sorta di manifesto ideologico del gruppo Stalker, che dagli anni novanta porta avanti lo studio del territorio quale spazio fisico modificato dall’azione errante o sedentaria dell’uomo, dalla sua scelta di abitare la terra come un nomade o come cittadino, del rapporto tra spazi aperti e costruito e dei loro margini, in un approccio non più tradizionale ma molto orientato ad una disciplina poco conosciuta: la psicogeografia.

Sull’esempio delle sperimentazioni di dadaisti, situazionisti, surrealisti, protagonisti negli anni ’20 di vere e proprie escursioni nei luoghi più usuali delle città, quale strumento di superamento dell’arte tradizionale e dei suoi spazi deputati ed affermazione dell’anti-arte, anche questo movimento, che trova sempre più adepti e che amplia sempre di più il suo campo di indagine, utilizza il camminare quale pratica esperienziale ed estetica , strumento di conoscenza che fa della deriva – sia essa urbana o rurale – uno strumento, a nostro avviso, utile ad una nuova visione di progetto del territorio, sensibile alla sua identità e che si pone in ascolto delle sue necessità.

Attraverso tali attività – portate avanti, già da tempo, nel nostro territorio da un gruppo di professionisti all’interno di Derive Metropolitane – con l’ausilio della psicogeografia, questi studiosi approfondiscono sempre meglio la conoscenza di ambiti periferici di confine, ormai privi di qualsiasi dignità, di spazi al “margine” in cui la compresenza di aspetti metropolitani ed agricoli risulta come uno iato, anziché come una risorsa, fornendo utili strumenti nel momento in cui ci si accinge a redigere un progetto complesso di rigenerazione urbana o di riqualificazione di un ambito periferico.

Di questo si discute ormai da anni a livello nazionale, cercando di prendere esempio da virtuosi interventi di rigenerazione realizzati nelle principali città europee; e di rigenerazione si parlerà in questo week-end anche a Trani (appuntamento sabato ore 19:00 Villa Comunale) nel corso di “HEART Festival”, manifestazione multidisciplinare sulle esperienze di rigenerazione urbana 

Altri articoli
Gli articoli più letti