“Italia/Chile - Biennali di Architettura a confronto”

Quando il dialogo viene messo al centro del dibattito - come momento non più rinviabile - quale strumento di crescita culturale e sociale

Marialba Berardi architettur_A_ltrove
Andria - venerdì 02 dicembre 2016
© n.c.

Si è da poco conclusa la XV Mostra Internazionale di Architettura, organizzata dalla Biennale di Venezia, curata dall’architetto chileno Alejandro Aravena, dal titolo “Reporting from the front”.

L’immagine-manifesto della Biennale Architettura 2016 mostra è una donna abbarbicata in cima ad una scala, che guarda l’orizzonte. Come racconta il suo curatore Alejandro Aravena, questa scelta è una sorta di “tributo” alla archeologa tedesca Maria Reiche, che nei suoi viaggi di studio nell’america latina, utilizzava una scala in alluminio sulla quale arrampicarsi per poter guardare dall’alto ciò che dal basso sembrava un casuale ammasso di sassi: le Linee di Nazca.

Si comprende bene, quindi, anche il senso del titolo: che è un invito pressante - per l’architettura - a guardare al di là degli orizzonti (non solo fisici), a considerare e valutare criticamente i suoi effetti sul territorio, a porsi quale interlocutore privilegiato e attento tra gli ambiti pubblico e privato, consapevole delle conseguenze che reciprocamente i due mondi devono registrare quale effetto dei suoi interventi di modificazione dello spazio.

Si riporta, dunque, l’architettura al centro non solo del dibattito critico, ma le si vuole ridare un ruolo importante nella vita sociale, chiedendole a gran voce di fare sintesi – elevando il  livello qualitativo – tra agire privato e pubbliche conseguenze, invitando noi architetti a “salire sulla scala” come faceva la Reiche, per avere un punto di vista diverso e più ampio, per apririsi ad un confronto chiaro con altre realtà, nella consapevolezza della delicatezza del ruolo dell’architettura, che si occupa di modellare lo spazio in cui viviamo, e facendo questo, “modella” anche la qualità del nostro vivere quotidiano.

E non è un caso il parallelo che vogliamo rimarcare tra la Mostra di Architettura di Venezia 2016 e la XX Architecture and urbanisme bienal Chile 2017; non ci è sembrato un caso nemmeno il fatto che lo stesso Aravena sia chileno, o che il titolo della Biennale sudamericana - organizzata dalle Università di Architettura e Urbanistica e dalle associazioni degli Architetti Professionisti - sia  “Dialogos Impostergables”,

Perché anche in questa manifestazione si pone massimo accento alla necessità – per l’architettura e per chi con essa opera – di porsi al centro di un dialogo tra i  differenti gruppi di persone che, a vario titolo, abitano ed operano nelle nostre città, con un pressante invito a dare spazio in questa discussione a chi non ha avuto la possibilità di esprimere le proprie istanze, ma deve sopportare le conseguenze di scelte operate da altri. Con un’attenzione particolare rivolta alle realtà marginali, ai “luoghi” di conflitto sociale e culturale, alle identità territoriali ed umane calpestate.

Nelle note introduttive della “call” rivolta a quattro ambiti importanti dell’architettura - e cioè il mondo accademico, il settore pubblico, i professionisti ed il settore associazionistico – il termine ripetuto e ribadito con forza è quello del dialogo, abbinato all’aggettivo improrogabile.

E’ questo, nelle  intenzioni dei suoi organizzatori, un invito provocatorio al mondo dell’architettura più che una occasione celebrativa dell’architettura stessa, uno stimolo ad agire, una richiesta di proposte che possano agevolare questo dialogo, che possano stimolarlo a livello internazionale, che possano mettere in moto idee e progetti di mitigazione del conflitto in atto tra uomo ed ambiente, tra progresso e vivibilità, tra ricchezza e povertà.

E questo è perfettamente in linea con le tematiche che anche nel nostro paese sono state messe al centro del dibattito sul territorio, sulle scelte che a distanza di anni si sono rivelate sbagliate, sulla necessità improrogabile (direi) a qualificarlo come “bene comune” e sulla necessità di ripensarne usi, riscoprirne talenti, rivalutarne le vocazioni, con una visione condivisa del futuro suggerita attraverso forme e momenti di dialogo e partecipazione.

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