La strada per l’insuccesso è lastricata di sane ambizioni

Rischiamo di coltivare generazioni di falliti

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 19 maggio 2017
© n.c.

In una società che misura la realizzazione personale dal numero di “Likes” o “Follower” su un social network, accade sempre più spesso di ambire a voler raggiungere posizioni di successo personale e lavorativo senza avere la benché minima idea di cosa vogliano dire: il sacrificio, la pazienza, la passione e la dedizione.

Nella mia esperienza personale, di uomo e di prete, mi confronto quotidianamente con gente in cerca di una occupazione. Giovani che cercano di poter costruire il proprio futuro, genitori in difficoltà con le spese di ogni giorno, padri separati in cerca di riscatto e tanti altri. Tutti vogliono lavorare ma pochi sono disposti realmente a farlo, tutti ambiscono a una buona posizione ma pochi aspirano realmente a raggiungerla.

Un gioco di parole, che cela dietro di sé una amara verità che viene da lontano.

Nel significato comune, il termine “ambire” viene spesso utilizzato per indicare il voler essere qualcosa, il voler diventare qualcuno, a qualsiasi costo e con qualunque mezzo.

Nell’antica Roma, però, la parola veniva usata per indicare l’attività di chi, candidato ad una carica pubblica, andava casa per casa a cercare il voto elettorale. Perciò “ambizione” – all’origine – non è tanto desiderare, aspirare, cercare di avere, o bramare il successo, o pretendere un riconoscimento, come la intendiamo oggi; quanto piuttosto il darsi da fare col sollecitare personalmente il consenso elettorale.

Etimologia portentosa e vasta, che suggerisce tanto: l'ambizione è l'aspirazione al raggiungimento di qualcosa attuata brigando, maneggiandoci intorno, ricercando consensi clientelari; non è trasparente e diretta, non ha nulla di altero o nobile, non segna uno speciale desiderio: là dove fallano la forza o la volontà, si gira intorno bussando alle porte più convenienti - ci si arrampica per muri e scale secondarie, si entra dal retro. Così l'ambizioso sarà uno per cui il fine giustifica i mezzi - ignaro che il mezzo è il fine.

Diversa è invece l’origine del termine “aspirare”, che letteralmente significa “soffiare verso”. Nell’azione del soffiare è racchiusa l’essenza di questo termine, il suo rapporto con la realtà e il suo desiderio di confrontarsi con essa. In tal senso, le aspirazioni vengono definite come orientamenti attivi nei confronti del futuro, poiché nel mio soffiare verso una meta futura, inevitabilmente sto impegnando attivamente anche il mio oggi, le mie risorse, immaginando obiettivi plausibili entro contesti adeguati.

Pochi hanno assimilato il senso di sacrificio che si cela dietro il nutrire aspirazioni. Tutti sono ammaliati dalla strada più facile, dal successo immediato e quando poi si ritrovano a dover fare i conti con il sacrificio, il sudore, la fatica e le rinunce sperimentano l’insuccesso e il fallimento.

Sono storie del mio vissuto quelle di uomini che rifiutano lavori dignitosi perché: “…io devo fare questo lavoro?”, o ancora di giovani che rinunciano a occupazioni ambite perché: “…la domenica devo andare al mare”. Storie che potrebbero risultare infondate nella loro assurdità, a tratti paradossali, ma che purtroppo rispecchiano una realtà vergognosamente attuale. Storie che certamente non esauriscono interamente il contesto di coloro che si trovano alla ricerca di una occupazione, ma rappresentano uno spaccato ugualmente rilevante e che non può essere sottovalutato.

Di fronte a queste esperienze, tenendo anche conto delle innegabili difficoltà dell’attuale contesto socio-economico, tutte le agenzie educative, a partire dalla prima e la più importante che è la famiglia, dovrebbero mettere in atto una seria e attenta riflessione, predisponendo una serie di azioni con l’obiettivo di ri-educare i più giovani alla capacità di coltivare aspirazioni, diffidando loro dall’ ”ambizione” di seguire la strada più facile, ammaliati dall’idea che tutto sia loro dovuto e che la realizzazione di se sia una strada in discesa.

Il rischio concreto, è quello di coltivare generazioni di falliti.

Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista e accademico italiano, affronta, in tanti suoi scritti, il concetto del "fallimento del padre", utilizzato per identificare quella figura che, all’interno di un contesto educativo, si prende la responsabilità di dire che c’è un problema . Sono parole molto forti e dure, fondamentali se si vuole usare il termine fallimento non per piangerci sopra ma per provare a vedere dove abbiamo sbagliato.

Il fallimento infatti genera altro fallimento se non diventa fin da subito punto di ripartenza e questo è senza dubbio la radice della crescita. Gli umani sbagliano e il fallimento è umano. Importante è che quell'obiettivo mancato sia prima di tutto occasione di riprogrammazione.

Oggi dobbiamo dare senso al nostro essere figli-padri, figlie-madri dentro una comunità ricca di opportunità e anche d'inside difficili da riconoscere. Questa "nuova possibilità" va collocata esattamente in questa comunità.

Dobbiamo aiutarci tutti assieme a vedere dentro questo fallimento non solo un abisso senza fondo ma anche una nuova opportunità e dobbiamo farlo insieme.


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