Jannuzzi è morto servendo la città di Andria, è morto per troppa generosità

Ricorre oggi, 19 maggio, l'anniversario della sua morte

Vincenzo D'Avanzo Una foto, una storia
Andria - venerdì 19 maggio 2017
© n.c.

Quella mattina il sen. Onofrio Jannuzzi si alzò presto: era il 18 maggio 1969 e lo attendeva una giornata impegnativa: in Vaticano c’era l’ordinazione episcopale del nuovo vescovo di Andria, mons. Giuseppe Lanave. A lui toccava il compito di accogliere la folta delegazione andriese ed essendo generoso voleva che tutti si sentissero a proprio agio. Alla Messa si presentò già stanco, con il volto sofferente: le sue giornate romane erano sempre piene di impegni. A metà della lunga celebrazione Aldo Moro si accorse che non stava bene e lo invitò a tornare a casa per riposarsi. Ma Jannuzzi conosceva bene i suoi impegni di rappresentanza e quindi decise di rimanere al suo posto fino alla fine. Questo suo senso di rappresentatività del popolo fu una sua caratteristica. Alle processioni, quando era sindaco, egli camminava da solo a un paio di metri di distanza dagli altri politici. Io non capivo questo atteggiamento e lo attribuivo alla vanagloria. Il geom. Bafunno un giorno me lo spiegò. Egli si mostrava al suo popolo, quasi a dire: ecco sono qui, io ci sono, sono a vostra disposizione. Utilizzatemi.

Poteva farlo perché la gente sapeva che veramente rispondeva a tutti ed era contento quando riusciva a risolvere un problema mentre soffriva quando non gli era possibile. Perché spesso ci riusciva? Perché in giro per uffici e ministeri ci andava di persona e la sua autorevolezza era tale che nessuno poteva dirgli di no. Capitò durante una delle crisi più acute determinata dalla fame, quella vera. Egli era sempre in contatto con la sua città e una volta lo informarono che lo sciopero poteva assumere dimensioni tragiche. Jannuzzi, preoccupato, telefona al Prefetto e questi lo informa che aveva disposto l’invio di mezzi corazzati per sedare gli animi. Il senatore fece fermare l’esercito, telefonò al banco di Napoli perché concedessero un prestito alla città, ottenutolo sulla parola chiama Riccardo Nicolmarino e gli da ordine di provvedere alla distribuzione dei viveri. Il povero Riccardo tenta una resistenza: non c’è una carta scritta, uno straccio di delibera. Il senatore alzando il tono della voce disse: non vale nulla la mia parola? Valeva, eccome, anche presso chi doveva fornire la merce. L’esercito tornò indietro.

Il 19 maggio il senatore aveva fissato una serie di appuntamenti presso i vari ministeri dove doveva accompagnare il sindaco Colasanto e l’assistente della Comunità Braccianti don Riccardo Zingaro. Tutti, amministratori e persone impegnate nel sociale, scaricavano su di lui ogni problema nella consapevolezza che il suo impegno sarebbe stato generoso. Anche la mattina del 19 furono in molti a consigliarlo di rimanere a casa. Ma egli non volle fare torto ai due amici. Capitò anche al dott. Di Noia. Un giorno va a trovarlo a Roma. Aveva appuntamento per delle pratiche. Quando arriva alla casa trova la moglie, signora Renata, agitata perché il senatore sta male. Il dott. Di Noia gli fa una iniezione e gli prescrive riposo assoluto, anche se gli toccava tornare indietro a mani vuote. Ma il senatore non ci pensò due volte e si fece accompagnare presso l’ufficio di competenza, risolvendo il problema dell’amico.

Anche quella mattina del 19 maggio il senatore si mise in movimento e l’itinerario durò tutta la giornata perché solo alle 20 don Riccardo telefonò alla comunità braccianti per dire che tutto era andato ok. A quel punto io mi spostai a piazza Catuma presso la sede delle Acli dov’era in corso un convegno della DC. Tuttavia non entrai dentro perché vicino all’ingresso dell’episcopio c’era un gruppo di artigiani impegnato a discutere animatamente. In particolare un consigliere comunale artigiano non lesinava critiche al senatore. Stava inveendo con forza quando si avvicina un dirigente del partito per comunicarci che il senatore era morto. Quell’artigiano scoppiò a piangere in maniera irrefrenabile. “ioiv l’attoin nust” ripeteva piangendo l’ottimo Leonardo.

Jannuzzi è morto servendo la città di Andria, è morto per troppa generosità. Lo capirono tutti gli andriesi, maggioranza e opposizione. Una moltitudine incredibile ai funerali con gli occhi smarriti. Era palpabile la sensazione che per Andria cominciava una storia diversa. La figlia Mariella dirà che era la famiglia che consolava la gente e non il contrario, come pure doveva essere.

“E’ da quella sera che lo cerchiamo, che lo attendiamo, come tante volte, agli abituali appuntamenti dell’amicizia e del dovere” dirà mons. D’Oria ai funerali.

Chi lo ha conosciuto forse lo attende ancora. “Jannuzzi portava Andria scolpita nel cuore”.

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