​Un’altra storia da dimenticare

Visioni che alimentano vittimismo ed aspettative inesigibili

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - lunedì 05 giugno 2017
© n.c.

Il revisionismo storico, a cui facciamo tanto di cappello, in certa parte politica ed ideologica, si sta imbarcando in tesi ed affermazioni sempre più difficili da condividere per noi poveri italiani cresciuti all’ombra di confortanti ideali. Autori, scrittori, giornalisti della destra storica italiana, cioè di quella che continua a plaudire ai tragici eventi del ventennio fascista, da tempo si stanno impegnando a riscrivere il nostro passato demolendo quelle certezze che ci hanno a lungo accompagnato: ci stanno procurando traumi psico-storici dai quali forse non potremo mai riprenderci. Obiettivo preferito è il Risorgimento contro il quale sono state studiate (elaborate !) ipotesi e presunte verità, il tutto con lo scopo mal celato di santificare l’epoca borbonica. A questo infelice periodo si vuole legare a tutti i costi un’era di benessere per il Sud, nonché la certezza di un futuro radioso tristemente infranto dalla rivoluzione garibaldina e dal governo savoiardo. Ora noi tutti sappiamo che sparare sui Savoia e soprattutto sulle loro controverse e penose vicende finali, è uno sport facile e comodo, viste le tante falle che hanno segnato la loro discendenza, in particolare nella prima metà del secolo scorso, con squallidi strascichi da parte degli ultimi rampolli fino ai tempi più recenti. Il revisionismo, però, sta alzando il tiro e per fare più rumore, ha mirato al bersaglio grosso: l’icona di Giuseppe Garibaldi. Il quale pare, secondo la versione più spinta, abbia trasformato l’impresa dei Mille in un’azione di terrorismo e di genocidio delle popolazioni liberate. E tanto per rendere attuale l’idea dell’impresa garibaldina, si cita in linea analogica l’ISIS le cui stragi stanno sconvolgendo il mondo arabo ed occidentale. Occorre una forte inventiva per paragonare i mille volontari garibaldini, armati di vecchi fucili così detti schioppi, alle mostruose macchine da guerra che hanno prodotto ferite insanabili all’Umanità e la stanno tutt’ora lacerando.

C’è un libro presentato in questi giorni in Città, che per carità di Patria non nominiamo, che si propone di raccontare l’altra storia sull’impresa dei Mille e sulla liberazione dell’Italia dal dominio borbonico e straniero. E questa è la storia di un genocidio pare. desunto da una discordanza tra i dati della popolazione meridionale censiti dal Regno Borbonico e quelli dal Governo Italiano del 1861 . Mancherebbero all’appello circa 390.000 cittadini del Regno. A parte la scarsa attendibilità dei censimenti borbonici e unitari , quest’ultimi tra l’altro effettuati in un periodo di grande confusione amministrativa seguita alla rivoluzione appena conclusasi, non si tiene conto che c’è stata una rivoluzione che ha coinvolto centinaia di migliaia di combattenti con numerosissime vittime da una parte e dall’altra; che alla rivoluzione è seguita una guerra civile diffusa in molte province del Regno borbonico tra forze liberali e contadini organizzati dalla Chiesa e dai Borboni; che numerosa è stata la diaspora dei militanti dell’esercito borbonico dopo le sconfitte del Volturno e di Capua, come numeroso è stato l’esodo delle migliaia di volontari garibaldini non reclutati nelle file dell’esercito piemontese. Ora ipotizzare genocidi delle “tribù perdute” come vengono definite alcune popolazione del Sud, mi sembra a dir poco fantasioso. E fa bene l’autore a chiamare “tribù” le nostre popolazioni, in quanto molte aree delle province del Regno non erano distanti da condizioni tribali arretrate. Tribù che facevano comodo al paternalismo assolutistico dei Borboni e che erano controllate con la concessione di alcune piccoli benefici di comodo. Morti, devastazioni, uccisioni gratuite senza processi, erano all’ordine del giorno nel corso della rivoluzione sia da parte dei liberatori che dalla parte napoletana, e le cronache sono piene di testimonianze di violenti scontri e di esecuzioni sommarie. Basti per tutti ricordare l’atteggiamento di Francesco II il quale, allorché un ufficiale della guarnigione in difesa di Napoli riferì della inevitabile capitolazione, ordinò al Generale Lanza di distruggere la Città piuttosto che trattare con Garibaldi. Ma stiamo parlando di un’epoca storica lontana, e di violenza certo non paragonabile alle atrocità delle ultime due guerre mondiali che pure non sono lontanissime dai nostri giorni e compiute da quelle “civilissime nazioni occidentali”.

Altro capitolo è la situazione del brigantaggio al quale si vuole ad ogni costo affidare un ruolo romantico rivoluzionario nella nostra storia, ma che noi, pur inchinandoci di fronte agli storici revisionisti, riteniamo sia collocato a metà strada tra la rivolta e la delinquenza pura. Analizzata “”dall’altra storia”” sempre con occhio di riguardo ai Borboni (o Borbone come piace ai nostalgici), pare che in sintesi, la rivolta sia sorta dalla condizione contadina vessata dai nuovi padroni, così detti galantuomini liberali, e tradita dal governo sabaudo che si impose ancora più pesantemente sulla situazione lavorativa delle masse. Racconta, però, Angelantonio Spagnoletti nella sua “Storia del Regno di Napoli”, che già “all’epoca dei Borboni le condizioni di pericolo per coloro che percorrevano la strada consolare che da Napoli portava alle province pugliesi era infestata da comitive di briganti che non esitavano a depredare chiunque, rendendo quelle contrade luoghi dai quali sembrava scomparsa ogni forma di umanità e di vivere civile”. Pare siano quegli stessi briganti che Francesco II e le alte sfere della Chiesa utilizzeranno per tentare di restaurare il regime borbonico, organizzandoli e riconoscendo loro il diritto di fare di ogni conquista un bottino da spartire. Contadini e fuoriusciti dell’esercito borbonico concorrevano ad ingrossare le fila delle bande. Dare a questo coacervo di individui la patente di rivoluzionari delusi dal Governo Sabaudo, tra l’altro appena insediatosi, sembra un po’ forzare logica e buon senso. Le rivolte contadine e dei briganti iniziarono già nel corso degli eventi rivoluzionari del 1860 e questo dimostra che non v’era alcuna connessione con il comportamento del governo sabaudo. Era invece evidente la forte avversione per i così detti galantuomini o possidenti, che in pratica stavano sovrapponendosi al regime feudale ormai in via dissoluzione, ma con il cinismo e la determinazione dettati dagli interessi economici. Il contadino avvertiva anche La fine del paternalismo borbonico che spesso procurava piccoli vantaggi immediati alla loro povera economia. E’ questo il Sud tradizionalmente poco propenso ai cambiamenti , lo dimostra , in tempi più recenti, il fatto che il Referendum del giugno 1946 trovò nel voto meridionale l’unica maggioranza per la Monarchia. Certi interpreti della Storia d’Italia, disprezzando l’unica vera rivoluzione fatta dagli italiani, forse avrebbero preferito una nazione ancora divisa e sottomessa agli stati stranieri, alla Chiesa ed alla dinastia borbonica ? Non è, altresì, attendibile una versione della storia che esalti i Savoia ed i governi che seguirono all’Unità senza vederne gli interessi rivolti alla élite economica e gli eccessi nel reprimere le rivendicazioni operaie e contadine; ma nessuno può guardare indifferente ad una narrazione che attribuisca ai Borboni meriti inesistenti. Una interpretazione degli eventi che continua ad alimentare il vittimismo del Sud, il quale ha bisogno di una seria revisione critica sulle scelte della classe dirigente meridionale di questi ultimi 150 anni; ma sopra tutto sarebbe ora che ci si scrolli di dosso quel senso comune di ineluttabile inferiorità rispetto alle regioni del Nord.

La chiamano l’altra storia ma sarebbe forse una storia da dimenticare.

Rif. Bibliografici

F.Molfese –Storia del Brigantaggio dopo l’Unità-Milano Feltrinelli 1967

A Lucarelli – il brigantaggio politico delle puglie dopo il 1860-Bari Laterza 1946

P. Villari- Lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in italia-Firenze Le Monnier 1878

A. Spagnoletti-Storia del Regno delle due Sicilie-Bologna Il Mulino 1997

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