Una guerra senza capo né coda

​La storia che non troverete sui libri

Vincenzo D'Avanzo Una foto, una storia
Andria - venerdì 16 giugno 2017
© n.c.

Le nuvole sul cielo dell’Europa diventavano sempre più cupe. Il problema dei dittatori è che si convincono che le loro idee non solo sono giuste ma anche le più intelligenti del mondo: così cominciano a disprezzare quelle degli altri e non si accorgono quando sono sul precipizio.

Il Nostro si era convinto che bastava immolare un centinaio di italiani in quella che lui riteneva guerra “lampo” che era scoppiata nel 1939 per sedersi al tavolo dei vincitori. Inutilmente i generali cercavano di fargli capire che la cosa era più complicata. Ma Lui guardava avanti impettito: l’armata dell’alleato tedesco sembrava invincibile. “I tedeschi fanno la guerra e noi vinciamo”, pensò.

Per prudenza, tuttavia, non fu chiamata solo la leva dei ventenni ma anche quella dei diciannovenni (1921) a dimostrazione che quello che dicono i dittatori non corrisponde sempre a quello che pensano. Così anche da Andria partirono in tanti e tra essi Francesco, diciannovenne, in bilico tra la sua volontà di fare l’autotrasportatore e quella dei genitori che lo volevano sarto.

Il sarto per la guerra non serviva, l’autotrasportatore invece poteva essere utile. Per questo fu spedito prima al centro automobilistico di Bari e poi a Pescara e quindi a Verona. Francesco pensava di averla fatta franca rispetto a quelli spediti al fronte. Ma un giorno gli fu consegnato un equipaggiamento pesante con destinazione Russia. Panico, preoccupazione, ansia. Dalla Russia non era facile tornare e Francesco lo sapeva. La sera con i commilitoni il dialogo assunse il tono del dramma ma nessuno poteva farci nulla. Tutti a scrivere alle proprie famiglie con la paura che quella potesse essere l’ultima lettera. Francesco si era messo in evidenza per la disponibilità, la correttezza, l’educazione, virtù che alla lunga premiano. Ed ecco che di notte una mano amica compie il miracolo: Francesco il giorno dopo si trova nell’elenco di coloro che dovevano partire per la Sicilia e non più per la Russia. Al suo posto un altro ragazzo partì verso quello sconfinato Paese. Difficile credere che il caso governi la nostra esistenza. C’è sempre Qualcuno che veglia su di noi, Qualcuno che per noi ha fatto un progetto, che noi possiamo assecondare o impedire nella nostra libertà.

In Sicilia torna a fare l’autotrasportatore: a Paternò, Capo d’Orlando, Caltagirone e infine Noto dove si trova ad assistere allo sbarco degli americani. Per Francesco comincia la pacchia: per due anni, pur nelle ristrettezze della guerra, egli se la gode: sul camion trasporta di tutto e di conseguenza non gli manca nulla, anzi qualche volta riesce anche a dare una mano a qualche bisognoso, il che lo mette al centro dell’attenzione di tanti siciliani, soprattutto donne che era il genere che più abbondava essendo gli uomini impegnati al fronte. Qualche donna si fece più ardita e Francesco non era indifferente. Tuttavia egli aveva lasciato la morosa in Andria e non se la sentiva di tradire. La sua educazione religiosa lo impediva. Stabilì solo cordiali amicizie. Almeno così racconta lui e Francesco è persona per bene.

Passati due anni in Sicilia Francesco viene rispedito a Verona giusto il tempo per una licenza premio. Quella patente di autotrasportatore lo aiuta ancora e a Verona non torna più: si fermerà prima a Bari e poi a Taranto. Ma qui la guerra gli gioca un brutto scherzo: destinazione Cassino dove è in corso una macelleria umana senza eguali. Per fortuna a Cassino dovevano arrivarci a piedi e quegli uomini impauriti si misero in marcia: con calma ma camminavano. La marcia assunse un aspetto comico quando più si avvicinavano a Cassino: essi venivano accolti come liberatori dalle popolazioni festanti e applauditi come volontari verso il sacrificio.

Fu una sera nei pressi di Avellino che cinque di questi “volontari” cominciarono a riflettere: ma noi quando abbiamo chiesto di andare a Cassino? In realtà nessuno lo aveva fatto. Era un momento di caos generale dove non si capiva chi dava ordini e chi doveva eseguire. Quando era in Sicilia Francesco aveva imparato che i comandi militari erano ambigui: collaboravano con i tedeschi ma non vedevano l’ora di abbracciare gli americani. Soprattutto non era riuscito a capire per chi e perché si andava a morire. I cinque decidono allora di non proseguire per Cassino ma tornare alla base. Tornati a Taranto si presentarono ai superiori, i quali presi in mano i codici decretarono la pena di morte. Ma l’angelo custode di Francesco si appostò nell’anima di un superiore che la notte si mise a pensare: non bastano i morti? Perché devo uccidere altre cinque persone? Il re non se n’è scappato a Brindisi per sfuggire alla morte? E poi questi sono da considerare veramente disertori? Essi in fin dei conti sono tornati alla base.

Il mattino dopo diede ordine di non eseguire la condanna a morte: non la revocò ma la rimandò a tempi migliori. Quali potevano essere questi tempi migliori? Ecco la fine della guerra, caos generale, tutti a casa, quelli che ce l’avevano fatta. Infatti quando tornerà a casa Francesco dovrà piangere per un fratello morto e soffrire per un altro tornato malconcio. Però abbraccerà anche la morosa con la quale poi convolerà a nozze. Il futuro di Francesco poi fu imposto dai genitori. Spedito nella sartoria del fratello di mons. D’Angelo imparerà bene il mestiere e comincerà a vestire gli uomini. Pur avendo avuto la opportunità di fare vestiti in serie egli preferirà la sartoria artigianale: di ogni uomo studiava l’aspetto fisico e la personalità e su ognuno cuciva un vestito diverso, un’opera d’arte. E poi la sua sartoria divenne il luogo per il racconto delle debolezze degli uomini, delle difficoltà

Quando Francesco mi ha raccontato queste cose io gli ho chiesto se nelle pieghe di queste vicende ci fosse qualcosa che lo tormentasse. Ed egli ammise abbassando gli occhi: penso sempre alla fine che ha fatto quel ragazzo che al posto mio è andato in Russia. Non la conosco, ma l’incertezza mi tormenta ugualmente.

Ps. Francesco oggi vive bene i suoi 96 anni dopo essere stato protagonista della vita sociale in Andria.

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