Biblioteca Vs Rete: il sapére nell’era digitale

Quando “non ha più senso” tenere aperta una biblioteca

Vincenzo Larosa Cittadinanza giovane
Andria - venerdì 23 novembre 2012
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Quella che sto per raccontarvi è la storia del giovane solitario che alle 15 e 30 di un pomeriggio d’autunno, in centro città, attendendo l’apertura pomeridiana della Biblioteca Comunale,  pensava ai bei tempi del suo passato: quelli della scuola elementare e media. Ai pomeriggi quando non c’erano da fare i “normali” compiti a casa. Erano i tempi della famosa “ricerca”. Gli anni in cui l’insegnante assegnava il fatidico “lavoro di gruppo”.  Ed eccoci ad organizzare il pomeriggio. Per prima cosa il rito della scelta dei compagni di classe con cui fare gruppo (il secchione, quello che ha l’enciclopedia), la scelta del luogo (la biblioteca, la cameretta più spaziosa). Fase seconda: la ricerca vera e propria presso la biblioteca comunale. Pagine e pagine da sfogliare, pile di libri da controllare, fotocopie da fare, divisioni delle letture da riassumere. Terza e ultima fase: stesura, e studio allo stesso tempo, della relazione sull’argomento  richiesto.


Tutto ciò resta ormai, soltanto un ricordo, come un ricordo lontano sono le enciclopedie impolverate sugli scaffali delle nostre biblioteche. Non è più il tempo dei “lavori di gruppo”. Si è davvero conclusa l’epoca in cui c’era un modo per incontrarsi e lavorare per un progetto comune sin da piccoli. Il periodo in cui c’era il pretesto per educare i ragazzi alla ricerca, all’incontro, alla relazione, all’approfondimento extra-scolastico sui libri, alla collaborazione con gli adulti.
Se prima era necessario permettere agli studenti, sin dalle scuole elementari e medie, di integrare i tradizionali metodi di studio con progetti di ricerca autonomi e di gruppo in orari extra-curriculari, oggi non ha più senso.

L’educazione è cambiata. Sempre più cerca di adattarsi alla rivoluzione tecnologica che , per fortuna o per sfortuna, sta raggiungendo (o ha già del tutto raggiunto) le nostre case, le nostre scuole, le nostre strade.  È l’era della didattica 2.0, della “seconda rivoluzione di Gutenberg” come la chiama Francesco Profumo, il tanto discusso Ministro del MIUR.
Non serve più incontrarsi fisicamente nel pomeriggio, è inutile sfogliare libri per “cercare”. Basta un click. Il tempo di scrivere ciò che si vuole sulla pagina iniziale di Google e ottenere una sfilza di risultati, decine, centinaia, migliaia da tutto il mondo (per poi ridursi a fare un “copia e incolla” da Wikipedia, l’Enciclopedia multimediale, su un file di Word per condividerlo via mail con qualche compagno di classe.

È questo il metodo della ricerca dei “nativi digitali”, il modo di lavorare in gruppo degli studenti d’oggi. Non si vuole demonizzare la tecnologia che ha portato a risultati eccellenti, ma il suo eccessivo utilizzo spesso rappresenta un ostacolo alla crescita intellettuale  e relazionale del soggetto. Ritengo oggi, non essere importante la quantità di tecnologia bensì la qualità di questa, nei luoghi di vita quotidiani. Una risposta eccellente all’uso qualitativo e non quantitativo degli strumenti tecnologici deve giungere direttamente da coloro che hanno un ruolo formativo-educativo: genitori, insegnanti, istituzioni. D’accordo il connettersi con tutto il mondo, ma che sia un connettersi col mondo e non col vicino di casa. Per incontrare quest’ultimo mi basta aprire la porta e suonare il suo campanello.

Con tali strumenti, gli studenti sono portati sempre meno ad uno studio sistematico e concentrato, pur essendo apparentemente disponibili all’interazione e all’aspetto laboratoriale. Le opportunità che la tecnologia ci offre necessitano di una scuola e di soggetti istituzionali che ne sfruttino appieno le capacità e pongano al centro sempre la relazione fisica e umana e non solo quella virtuale. E il rischio che si corre è proprio quello di limitarsi a dire la propria solo sui social network senza scendere mai in campo attivamente.

La rivoluzione digitale sta cambiando il modo di rapportarsi dei giovani con il mondo e tra loro stessi. E i giovani ci sono dentro questa rivoluzione, per davvero. Spetta agli adulti trovare i canali migliori per continuare ad educare. L’educazione non può più prescindere dalla tecnologia, che a conti fatti incorpora tutti i processi personali e sociali degli uomini e soprattutto dei giovani appartenenti alla generazione del post 1985 (data in cui la prima versione del sistema operativo Windows è stata immessa sul mercato). Gli strumenti della nuova tecnologia rappresentano un potente canale di crescita e di formazione ma restano pur sempre un mezzo. Più tecnologia non sempre, vuol dire una migliore formazione, miglior insegnamento e maggior partecipazione alle questioni pubbliche, come alcuni vogliono farci credere. I tablet e la rete possono solo aiutarci in termini di velocità e di spazio,  mai però sostituiscono i libri e l’incontro fisico. Solo quando ci sentiremo ancor più soli e meno preparati di quello che sembriamo, ci ritroveremo a pensare che poi non era così male il “lavoro di gruppo” e la sensazione di voler tornare indietro sarà forte.

Intensa quanto quella  provata dal giovane solitario nel triste pomeriggio d’autunno, quando si accorse che la Biblioteca quel giorno non era aperta perché era lunedì. La Biblioteca Comunale era chiusa perché ora non è più sempre aperta, ma “fa turni di apertura”, come qualsiasi ufficio pubblico. La biblioteca non è un ufficio pubblico, però. E non deve esserci assenza di fondi tale da tenerla chiusa. E non esiste evoluzione tecnologica per distruggere il senso della biblioteca. Perché le biblioteche rappresentano il luogo in cui l’uomo e il sapére si incontrano. L’uomo ha bisogno di sapére per crescere. E il libro rappresenta ancora il modo migliore per raggiungere il sapére. La tecnologia non può sostituirsi al sapére per far crescere l’uomo. Sarebbe come sostituire l’acqua con la saliva per dissetarsi. Parola di Jovanotti. Roba da “tensione evolutiva”. 

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