Una pagina poca conosciuta della letteratura italiana del '900

La verità della poesia nella interpretazione teoretica di Rosario Assunto

Il Preside emerito Giuseppe Brescia ricorda l'apporto fornito da Assunto nella diffusione del pensiero di Eugenio Montale

Cultura
Andria venerdì 15 febbraio 2013
di Giuseppe Brescia
liceo classico preside brescia andria
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Per i settant'anni di Montale, quattro anni dopo le evocazioni crociane, un folto gruppo di letterati estimatori accolsero un “Omaggio a Montale”, prima su “Letteratura” quindi in apposito volume, a cura di Silvio Ramat, per i tipi Mondadori ( 1966, pp. 553 ). Ai fini della ricomposizione teoretica dell'idea di poesia montaliana, in questa fase della indagine, sono chiarificatori – se non preziosi – alcuni contributi, tra cui “Per una teoria della poesia di Montale” di Rosario Assunto, pubblicato sugli scudi del citato volume ( pp. 20-36 ).

“E' una teoria dell'arte non mimetica”, scrive Assunto. Del resto, su questo punto lo stesso Montale era stato abbastanza esplicito nello scritto teorico del 1952, “La solitudine dell'artista” ( pubblicato in Italia nella collana”Problemi del nostro tempo”, della Associazione Italiana per la Libertà della Cultura ), in cui esprimeva il proprio dissenso nei confronti della concezione realistica dell'arte ( “concezione nella quale possiamo riconoscere una tra le principali direzioni nelle quali si muove l'estetica della mimesi”, precisa Assunto ), non senza aggiungere la professione di fede in una idea dell'arte come “tentativo di fermare l'effimero, di rendere non fenomenico il fenomeno”..(..) “Il realizzarsi di una idea di poesia, la pratica di una teoria che concepisce l'operazione poetica non come imitazione ma come trasmutazione del reale”(. .) “La nominazione poetica, allora, come un prendere atto di questa allegoricità del reale. L'estetica di Montale come una concezione della poesia in quanto abolizione del dualismo fra io e mondo: il mondo si costituisce come mondo dell'io: non dell'io effimero ed empirico ma dell'io trascendentale, il solo che veramente comunichi: l'io 'che è nascosto in noi e che rivela se stesso negli altri' “.

Così: “l'uomo conosce i momenti eccezionali – e possiamo chiamarli 'le occasioni' – in cui, come sotto la luce di un lampo, i due sensi del reale si compenetrano, l'allegoria diventa simbolo , la coincidenza del sensibile e del non sensibile subentra al riferimento significativo ( mi approprio di una terminologia che appartiene a Hans Georg Gadamer)”.  A questo punto l'Assunto riprende il chiaro dettato dello scrittore Fritz Strich, nella prolusione di Berna “Das Symbol in der Dichtung” ( “Il simbolo nella poesia”, del 1941 ). “La poesia simbolica – scrive lo Strich – si propone di mostrare la verità e non la realtà; o meglio: in ogni realtà essa vuole rivelare la verità”, precisando che “la poesia simbolica trasforma in esperienza vivente ciò che si rivela soltanto nella folgorazione poetica e che altrimenti rimarrebbe celato”. “Poeta ( secondo una concezione della poesia come distinta dalla semplice vita che si richiama a presupposti filosofici diltheiani: distinzione tra 'Leben' ed 'Erlebnis'; connessione di 'Erlebnis' e 'Dichtung' ) è colui che è capace di innalzare a significanza universale ogni singolo, irripetibile accadimento che egli sperimenta in sé e attorno a sé” ( spiega ancora Assunto, echeggiando il prediletto Proust ). “Di qui la renitenza del discorso poetico ad ogni riduzione logico-concettuale”. Così, in Strich, “Dichtung und Sprache” ( “Poesia e Linguaggio”, Losanna 1946 ): “il linguaggio poetico non è mezzo per uno scopo che stia oltre il linguaggio” perché “reca tutto in se stesso, in quanto è soltanto linguaggio artistico”.

Sia detto qui di passata, oggi che da qualche parte si è tentato di rinfocolare la polemica di un nuovo “realismo” rivendicato nei rispetti della “ermeneutica” o dell' “idealismo”, che quanto osserva qui Assunto, interpretando la poetica di Montale, esser cioè la “verità” e non la “realtà” il proprio dell'arte, ricorda la risposta sulla “Stampa” di Torino di Gianni Vattimo al Ferraris, doversi “parlare” semmai “di Libertà” e non di mera “realtà” in sede di estetica ed ermeneutica filosofica. Assunto aggiunge poi chiose a proposito della “modernità” di Montale, istituendo un raffronto tra Hoelderlin e Montale, le “pere” e i “limoni” delle rispettive liriche. Ed è la modernità di un guido Gozzano, “il primo che abbia dato scintille facendo cozzare l'aulico con il prosaico”, giusta la stessa definizione montaliana, formulata “nella maniera più esatta”. “Poesia come ironia”, quindi. “Ma tutto questo si paga, appunto, a prezzo di una riconversione alla rifiutata mimesi, e cioè ad una lontananza da cose viste attraverso un binocolo rovesciato. Identità e sproporzione, in ultima analisi: sproporzione del reale e della sua verità, che pure la poesia tende a congiungere lasciandoli reciprocamente sproporzionati; e sproporzione, antagonismo, tra la realtà vera della poesia e la realtà effettiva: che rispetto a quella della poesia è 'più' e 'meno' nello stesso tempo, in quanto ha fuori di sé la propria verità”: conclude così l'Assunto il magistrale saggio proemiale del 1966, offrendo elementi utili anche alla reinterpretazione del rapporto Croce – Montale, vissuto all'insegna della verità ideale dell'arte, o dell' “io trascendentale” in luogo dell' “io empirico”.

E in fondo, proprio Montale, nella conferenza parigina del '52 “La solitudine dell'artista”, citata dall' Assunto e premessa all' “Omaggio” del 1966, aveva riconosciuto: “Il nostro tempo ha il merito di avere scoperto o accentuato come mai prima era avvenuto il carattere totale, il carattere drammatico dell'esperienza artistica” ( pp. 15-18 del volume mondadoriano ). E questo è, per l'appunto, Croce, non dichiarato esplicitamente, ma recepito e avvalorato, a partire dal 1917 ( “Il carattere di totalità dell'espressione artistica” ) fino al 1926 ( “Aesthetica in nuce” ) e 1936 ( “La Poesia”): oseremmo dire, per il carattere “drammatico” o “dialettico delle passioni”, fino ad Alfredo Parente del 1953 con cui pure Montale sarà in polemica ( se pure in altro profilo ).

Come diceva Geno Pampaloni nel citato “Omaggio” ( pp. 433-434. “Fedeltà alla poesia di Montale” ):” Il nostro Montale era molto meno preciso, sicuro, coerente e sistematico di quanto ci dimostrano che è: era molto più pieno di contraddizioni, di inibizioni, di reticenze, di smozzicature, di aspirazioni al canto, poi represse;era molto più vissuto che sincronico”. Né escluderemmo, come lettore della “Rivista di studi crociani”, che avesse visto la nostra “Lettura di Benedetto Croce: 'Il mondo va verso..' “, vincitrice del Premio Spinedi sul numero I del 1976 ( pp. 1-30 ), dati alcuni svolgimenti ed echi su cui dovrò ,tornare. ( Per intanto, non si possono non riferire le belle pagine di Maria Corti,”  'Esposizione sopra Dante' di Eugenio Montale “, nell' “Omaggio a Montale”, cit., pp. 353-362; le osservazioni sulla divergenza tra gli “oggetti” di Montale e il “correlativo oggettivo” di Eliot in Gianfranco Contini, “Montale e 'La bufera' “, in “Letteratura”, n. 24, 1956, pp. 31-41 poi accolto in “Una lunga fedeltà” ( Einaudi, Torino 1971 ); e il saggio di Sergio Solmi, “La poesia di Montale” in “Scrittori negli anni” ( Milano 1963, pp. 278-314 ).

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