Il racconto della domenica

Ricominciare per non morire

Sarebbe bello se ancora oggi si formasse una specie di anagrafe di tutti i ragazzi che sono costretti a partire per ragioni di lavoro, in modo che essi sappiano che la loro città non li dimentica ed è interessata al loro ritorno

Attualità
Andria domenica 15 maggio 2022
di Vincenzo D’Avanzo
Via Vaglio antica
Via Vaglio antica © Nc

Nel raccontare il passato a volte se ne sente la nostalgia: che belli quei tempi. Certo, erano tempi senza pretese e quindi senza affanni. Mangiare la mortadella in occasione du cunz (consolo) era una soddisfazione che non creava ansie: oggi diventa ansia la scelta se il prosciutto crudo deve essere di Parma o basta che sia nazionale, anche se qualche volta dobbiamo accontentarci di quello estero. Nessuno chiedeva di più perché nessuno poteva permettersi di più. Lo stesso valeva per i vestiti, spesso fatti in casa aspettando per approvvigionarsi del necessario il passaggio davanti a casa del carretto con tutte le cianfrusaglie atte al cucito e qualche volta si riusciva ad avere anche un pezzo di stoffa utile per una gonna o una camicia. Senza capricci di scelta. Il passaggio dei venditori ambulanti, poi, rendeva viva la città perché le loro grida toglievano dalla monotonia le casalinghe che comunque si affacciavano sull’uscio, occasione propizia per scambiare quattro chiacchiere con le vicine. Eppure il dramma era sempre dietro l’angolo.

All’inizio del 1946, andati via i tedeschi prima e gli angloamericani dopo, cominciò ad Andria la guerra sociale, non cruenta come la prima ma non meno pericolosa. Salvatore aveva avuto la fortuna di tornare sano e salvo dalla guerra, anche se gli erano rimaste negli occhi le immagini dei combattimenti corpo a corpo dove tu dovevi uccidere l’altro solo per evitare che l’altro sparasse per prima ma senza sapere perché il malcapitato si fosse trovato davanti a te. Forse nessuno dei due ne sapeva il perché. Per dimenticare tutto quell’orrore Salvatore appena tornato a casa nel 1944 sposò Caterina, la morosa che già frequentava prima della guerra e che lo aveva aspettato accendendo ogni giorno la lampada ad olio che aveva messo sotto il quadro della Madonna dell’Altomare il giorno in cui Salvatore era partito. Fecero anche un figlio subito in modo da ammirare il sorriso della nuova vita. Sembrava che le cose si fossero messe per il meglio quando nel tentativo di avere subito il secondo figlio la vita gli remò ancora contro: sia la moglie che il nascituro morirono al parto. Allora il parto era una sfida alla sorte: esso avveniva in casa con una “mammana” protagonista e intorno la corte delle vicine, ognuna delle quali aveva sì  l’esperienza dei propri parti ma non capiva nulla di medicina e precauzioni igieniche. Oggi noi parliamo di statistiche elevate di morti al parto a quei tempi, ma questo non eliminava allora il dramma individuale di chi nella miseria si vedeva privato nello stesso momento della moglie e di un figlio. 

I ricchi si erano organizzati nel tempo contro la malasorte. Essere cristiani, anche praticanti, non li esimeva da qualche precauzione superstiziosa. I tre ingressi di palazzo Spagnoletti mettono in bella evidenza un esercito di figure messe a guardia per allontanare gli spiriti maligni. Anche i ricchi ci tenevano ad apparire religiosi, ma… non si sa mai. Sono le cosiddette figure apotropaiche (figure per allontanare) che vediamo disseminate ovunque troviamo ad Andria un palazzotto signorile. Sul cornicione di ingresso del palazzo Spagnoletti in piazza Vaglio proprio al centro troneggia un mascherone che sembra guardare torvo e minaccioso. Non dimentichiamo che era l’ingresso dal quale passavano i prodotti delle sue terre destinati alla nobile famiglia. Allora se ben visibile è la linguaccia con la quale si allontanava la naturale invidia del popolo nei confronti della famiglia aristocratica, il copricapo è arricchito dall’abbondanza di fiori e frutta a sottolineare la nobile discendenza e la grande ricchezza della famiglia. Il che si trasformava in buon auspicio con la luna e il sole che fanno da fregio all’angolo superiore del balcone con altra frutta che pende da un nastro. Ecco sistemato il conte: protetto dall’invidia e assistito dall’abbondanza che il sole e la luna garantiscono all’uomo. Del lavoro dei braccianti utilizzati come schiavi è meglio non parlare.

Tutta questa protezione il povero non poteva garantirsela e magari cercava di tutelarsi con un cornetto napoletano o con un bel paio di corna: ma le corna non difendevano dalla gelosia (nessuno era geloso di un tugurio) salvo che della moglie, ma questo è un altro discorso; il cornetto non difendeva dalle sfortune gravi.

Un pomeriggio uscì per delle incombenze e lasciò il bambino al padre, che era rimasta l’unica persona che gli dava una mano anche se alquanto anziano. Era il 6 di marzo di quel maledetto 1946. Passando da piazza Municipio vide una massa di uomini in assetto di “guerra”. Non erano armati ma era evidente che cercavano un capro espiatorio su cui scaricare la loro rabbia. Trattenendosi un po' in piazza potette assistere al momento in cui i sindacalisti rientravano al comune. In quel momento seppe che l’incontro tenutosi in episcopio alla presenza degli amministratori e dei sindacalisti non era andato a buon fine. Salvatore ebbe paura e decise di allontanarsi per non essere invischiato in un possibile sommovimento. Andò a sbrigare le sue faccende e fu colto dalla tentazione di ripassare dal municipio per vedere se era tutto finito. Si trovò invece a passare davanti all’armeria Giannotti proprio nel momento peggiore, quando una donna inferocita si scagliava contro due donne (le sorelle Porro) diventate un grumo di sangue per i colpi ricevuti da quelli che il Corriere della sera chiamerà il giorno dopo “i lupi di Andria”.

Quella immagine gli fece più impressione che non le scene di morte che aveva visto durante la guerra. Lì avevi di fronte uno sconosciuto e sparavi per la tua sopravvivenza, qui avevi per terra due povere donne abituate a tenere in mano solo il rosario mentre la violenza era scatenata da un insensato odio di classe.

Salvatore se ne tornò a casa lentamente e con il cervello martoriato da quella scena. Per due volte si fermò per vomitare senza riuscirci. A casa non volle mangiare nonostante il padre gli avesse preparato un piatto caldo. Si prese il bambino e se lo portò nel suo letto stringendolo quasi dovesse difenderlo da un assalto. Il giorno dopo non uscì di casa parlando fitto con il padre alla ricerca di una soluzione. Ad Andria non voleva restarci. Finalmente il padre si ricordò di una grande masseria nel potentino dove egli si recava ogni anno per la puta, in quanto i nostri potatori erano richiesti nel circondario. Il potentino è stata la prima terra di sfogo per i nostri agricoltori specializzati. Ricordava che il padrone era un signore, un aristocratico che durante quei mesi condivideva la vita degli operai. Detto, fatto. Chiesero in prestito un traino e si avviarono con l’indispensabile. Se fossero stati fortunati Salvatore sarebbe tornato per restituire il traino e raccogliere qualche altra cosa. Impegno che sarebbe stato comunque mantenuto. Il padre ebbe ragione: il signorotto ricordava bene quell’operaio silenzioso molto bravo nel suo lavoro. Li accolse con molta umanità mettendo a disposizione una stanza nella masseria fino a quando avesse trovato una soluzione migliore. Salvatore diede prova di conoscere anche lui bene il mestiere ed essendo giovane si applicava con generosità ad ogni evenienza per ringraziare il padrone della sua disponibilità. Lì si stabilirono, lì morì il padre dopo qualche anno, lì crebbe il figlio accudito anche dalla nuova moglie di Salvatore che egli, data l’età infantile, non ebbe difficoltà a chiamare mamma. Salvatore si era mosso con l’intento di ricominciare dimenticando il passato ma pensando al futuro. In pochi anni diventò massaro nella nuova proprietà.

Quando mi è stata narrata questa vicenda mi ha impressionato moltissimo e mi è venuta in mente la vicenda di Enea che, vedendo Troia bruciare, carica sulle spalle il padre Anchise e prendendo in mano il figlio Ascanio si avvia verso un destino ignoto. La leggenda dice che furono loro a dare inizio alla epopea romana. Oggi suscitano pensieri contrastanti le vicende dei profughi dai diversi paesi. Non è che proprio questa è una caratteristica dell’uomo? E penso ai tanti nostri emigranti di ieri e ai tanti ragazzi che ancora oggi lasciano tutto alla ricerca di un futuro migliore. Sono ragazzi coraggiosi “affamati di senso”, alla ricerca per dare un significato alla propria vita. Insensata quella terra che lascia partire “il suo futuro”. Sono sempre i migliori che emigrano.

Il senatore Jannuzzi, di cui ricorre fra quattro giorni il 53° anniversario della morte, e don Riccardo Zingaro, scomparso da 22 anni, realizzarono una rete di assistenza in tutta Europa in modo che essi non fossero soli in questa avventura e avessero a disposizione una rete di protezione in caso di auspicabile rientro. Sarebbe bello se ancora oggi si formasse una specie di anagrafe di tutti i ragazzi che sono costretti a partire per ragioni di lavoro, in modo che essi sappiano che la loro città non li dimentica ed è interessata al loro ritorno.

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