Il racconto della domenica

Quando la fame segnava la vita

Le carezze? «Non ne ho mai avute, sarebbe un peccato se ora scoprissi che fanno bene al cuore»

Cultura
Andria domenica 02 settembre 2018
di Vincenzo D'Avanzo
Quando la fame segnava la vita
Quando la fame segnava la vita © n.c.

Emanuela doveva iscrivere la figlia ad una scuola superiore di Corato. Da buona mamma volle testare il percorso che avrebbe dovuto compiere la figlia essendo ancora ferma la Barinord in quel tratto. Al sud tutto procede più lentamente. Le notizie sui disagi dei viaggiatori la tenevano in apprensione. Il pulman non era particolarmente affollato quel giorno, tuttavia una vecchietta si precipitò a togliere la sua borsa dal posto libero che le era di fronte mentre la guardava con occhi tristi. A Emanuela sembrò scortese non accettare l’invito. Appena seduta, si accorse che la vecchina aveva voglia di parlare ma le mancava il coraggio di cominciare. Infatti faceva finta di rovistare nella borsa per prendere tempo. Ma poi ruppe gli indugi e chiese dove fosse diretta. Appena Emanuella si presentò rispondendo alla domanda, la vecchina colse l’occasione per cominciare a parlare. “Tu sei giovane, io invece ho 73 anni, sai quante volte mi hanno detto che la vita è bella. Ma bella per chi?” Qualche istante di silenzio da parte di Emanuella imbarazzata e la vecchina riparte: ”forse per i fortunati, per quelli che hanno i soldi”. È l’annuncio di un dramma, di una vita vissuta con sofferenza. Emanuella guarda la vecchina e scorge gli occhi umidi. Le viene spontaneo chiedere se fosse sola o avesse qualche familiare che la accudiva. “Vivo da sola, disse, ogni tanto gli amici mi danno qualcosa. Mi arrangio come posso con quel poco di pensione. Su mia figlia non posso far conto, vive in condizioni più disagiate di me. Mio figlio va e viene da Torino alla ricerca di un lavoro dignitoso”. Nel frattempo erano giunti a Corato ed Emanuella le diede la mano per scendere. Resasi conto che anche dopo essere scese la signora continuava a tenerle la mano Emanuella pensò bene di invitarla al bar per un caffè. La vecchina cercò di rifiutare ma alle insistenze di Emanuella cedette. Al primo bar che incontrarono si sedettero lontano dalle orecchie indiscrete: la ragazza aveva capito che la signora non voleva che altri sapessero. La vecchina chiese solo un bicchiere d’acqua, Emmanuella fece aggiungere anche un cornetto. La signora prima lo guardò sospettosa poi cominciò a mangiarlo molto lentamente, per paura che finito il cornetto lei fosse costretta a interrompere la conversazione. Voleva raccontare tutto e aveva tanto da dire.

Aveva otto anni quando perdette il padre. Della mamma per pudore non fa menzione. Aveva vissuto con la nonna l’infanzia e l’adolescenza abituandosi man mano ai tormenti della fame. Tutti erano poveri dopo la guerra ma due donne sole sono più povere degli altri. La prova si ebbe nel 1954 quando in Andria ci fu una tremenda nevicata: un po’ per paura, un po’ per non sapere come coprirsi nonna e nipote rimasero chiuse in casa centellinando il poco cibo che avevano di scorta. Anche dopo la nevicata continuarono ad accontentarsi di poco. Ormai si erano abituate. Ed era festa quando il parroco faceva loro arrivare un po’ di pasta e qualche altra cosa da mangiare e un po’ di vestiti che le signore si toglievano ma che a loro sembravano sempre nuovi. Diventata grandicella la nonna le suggerì di guardarsi intorno alla ricerca di qualche bel ragazzo. Lei era bella, ma la bellezza a quei tempi non era argomento esclusivo per far nascere l’amore. Alcuni ragazzi si avvicinarono ma appena venivano a conoscenza dello stato di miseria con una scusa interrompevano il rapporto.

A quei tempi superati i vent’anni si diventava già di scarto: difficilmente si poteva “sfrange” ancora. La fortuna le tese un tremendo tranello. Una loro conoscente fece arrivare alla nonna la notizia che aveva in famiglia (un suo cugino) un altro “scarto”, un altro poveraccio abituato a vivere con occasionali lavori in campagna. In pochi giorni si combina il matrimonio e, sempre questa conoscente, organizza per loro un viaggio a Torino: lì troverete il posto nella Fiat. Partirono i malcapitati con il cuore pieno di speranze ma con le tasche vuote, tranne l’indirizzo di una persona di conoscenza di questa amica, pronto ad aiutarli a far entrare nella fiat almeno uno. In effetti questo amico torinese si prodigò riuscendo a inserire il nome nelle liste di attesa dei futuri operai. Poi più nulla. Vivere a Torino senza un lavoro, magari cacciati da un negozio o da un ambiente: andate via terroni, gridavano appresso quando li vedevano magri e mal vestiti. Oppure li chiamavano “mao mao”. Non si affitta ai meridionali, si leggeva nei cartelli. I meridionali vissero in quel periodo il dramma degli ebrei agli albori del nazismo. Per fortuna in Italia non furono deportati. Anzi proprio Torino mutò lentamente l’opinione nei confronti dei meridionali quando cominciarono a capire che quella manodopera poteva essere una risorsa. Il governo del tempo aiutò la Fiat nel suo sviluppo e la Fiat potè assumere la manodopera meridionale. Incrementando le strade veniva voglia di viaggiare, quindi di comprare le macchine, di conseguenza servivano altre macchine. Lo sviluppo chiama il lavoro. La famigliola andriese a stento era riuscita a trovare un posto letto in una pensione ad ore: gli immigrati vivevano in stamberghe con i gabinetti sul ballatoio, sbattuti su brande con materassi sporchi, sfruttati come oggi gli extracomunitari.

La miseria estrema incombeva su di noi: disse la signora. Guardi, cara mia, mi viene ancora da piangere, ma le lacrime mi sono finite da tempo. Eravamo ignoranti e per giunta conoscevamo solo il dialetto. Non ci si capiva tra i tanti dialetti. E si fermò per respirare e prendere fiato. Emanuella allungò la mano per una carezza, ma lei si sottrasse. “Non ne ho mai avute, sarebbe un peccato se ora scoprissi che fanno bene al cuore”.

Emanuella ritrasse la mano ma non tolse lo sguardo da quel viso che si addolciva sempre di più man mano si dipanava la sua vita nel racconto. Quindi riprese slancio: dopo qualche tempo mio marito, che nel frattempo aveva cominciato a bere, fu assunto dalla Fiat. Finalmente c’era un salario. Questo ci consentì finalmente di prendere in affitto un paio di stanze dove cominciammo a vivere dignitosamente. Con la tuta della fiat anche i torinesi cominciarono ad essere più disponibili verso di noi. Fu allora che nacquero due figli, un maschio e una femmina. Sembrava che finalmente la felicità avesse bussato alla mia porta. Invece si fermò sull’uscio: mio marito non si trovava con il lavoro di operaio abituato com’era alla campagna. Cominciò a bere e in casa si rivelava sempre più violento con me e con i figli. Io sopportavo cercando di capire ma la situazione diventava sempre più insostenibile.

Venne poi la crisi degli anni ottanta. Gli scioperi continui portarono alla cassa integrazione e mio marito fu tra i primi ad esserne colpito perché era tra gli ultimi ad essere stato assunto. Ancora una volta ci trovammo soli. A tutti e due venne la nostalgia di casa: tornare ad Andria diventò una speranza anche se dai contorni ignoti. Ci rimettemmo sul treno del sole e facemmo il viaggio a ritroso. Piansi molto durante quel viaggio, avevo accanto i due figli ormai grandicelli che non avevano accettato questo trasferimento: essi erano abituati a vivere nella grande città, per loro Andria non rappresentava nulla, se non quel poco che io riuscivo a trasmettere.

La nonnina si fermò nel racconto. Emanuella ne approfittò per guardare l’orologio e si accorse che si era fatto tardi e che doveva rientrare in Andria. Poco importa, disse tra se, se non sono andata alla scuola, ho comunque aiutato una persona. Informò quindi la signora che doveva rientrare e che purtroppo doveva lasciarla. Ma la signora disse che anche per lei si era fatto tardi: era venuta a Corato per incontrare un’amica, “sono ben contenta di essermene fatta una nuova. Perché tu mi sarai amica?” Certo rispose Emanuella, superando il divario di età. Il gusto della vita non è nella dimensione temporale e spaziale, ma nella distanza che separa uno sguardo da quello degli altri.

Ritornati sul pullmann la vecchina riprese il racconto: giunti in Andria abbiamo trovato le stesse difficoltà di quando siamo partiti. Il sogno di fare fortuna si era infranto contro la crisi della società. Con i piccoli lavori di campagna e il mio lavoro al servizio di poche famiglie siamo riusciti a sopravvivere e perfino a far diplomare i nostri figli. Sforzo inutile perché anche per loro è difficile trovare lavoro. Il mondo ora è diventato più cattivo: una signora, approfittando che avevo perso il marito, si è preso tutti i miei risparmi perché doveva far assumere mio figlio in un grande ospedale del foggiano. Inutilmente. Ora sto in causa per riavere i soldi, ma la speranza si affievolisce sempre di più perché non abbiamo la prova dei soldi che abbiamo dato. E concluse: sa che ora evito di guardare la televisione? Vedere lo sfarzo da una parte e la miseria dall’altra fa male al cuore. “Quasi quasi era meglio negli anni cinquanta, quando la miseria era generale e ci aiutavamo più facilmente”.

Emanuella le strinse la mano per consolarla: la vita non può essere sempre ingiusta con le stesse persone. Scendendo dal pullmann si scambiarono il numero telefonico. Chiamami quando vuoi, anche solo per dire buon giorno, disse la vecchina abbracciandola.

Emanuella raccontò la sua esperienza al marito che lavorava con un grosso proprietario terriero. Ogni mattina chiamava la vecchina per salutarla. Un bel giorno il marito di Emanuella la informò che si era liberato un posto di guardiano di una grande masseria. Emanuella chiamò la vecchina per informarla di questa disponibilità. La vecchina disse che per lei andava benissimo ma che non sapeva se il figlio avesse accettato, considerato che era diplomato. Emanuella le disse di decidere in fretta prima che il posto andasse a un altro. In effetti bastarono due giorni perché il figlio si convincesse. Anche la vecchina si trasferì nella masseria dove non le mancava più nulla. Quando Emanuella andò a trovarla la vide finalmente sorridere.

Questa è la vita: si è felici se si riesce ad adattare i sogni alla realtà. Di ritorno Emanuella sorrise al marito: è più facile essere buoni che cattivi. Un gesto riempie il cuore più di tante parole.

Lascia il tuo commento
commenti