La riflessione

Se torniamo ad essere popolo saremo anche in grado di ripulire la città fisicamente e moralmente

Abbiamo bisogno di recuperare l’orgoglio di essere andriesi, di veder rifiorire l’economia della città, di tornare a investire sulle opere pubbliche di completare i vuoti urbanistici creati da un PRG imposto più che discusso

Cultura
Andria giovedì 16 gennaio 2020
di Vincenzo D'Avanzo
Andria panorama dall alto
Andria panorama dall alto © AndriaLive

Una volta c’era il popolo: un insieme di persone accomunate da un comune sentire che poteva essere la patria (il popolo italiano), un ideale politico (il popolo democristiano, comunista, socialista ecc.), un’appartenenza sportiva (il popolo iuventino, interista, milanista). Un’aggregazione, cioè, riconoscibile, che, anche se divergente, aveva come obiettivo il miglioramento delle condizioni sociali degli appartenenti. Popolo non era in contrasto con il termine “partito” perché tutto avveniva nell’alveo della Costituzione: il popolo democristiano rappresentava una parte del popolo italiano che cercava convergenza con “popoli dalla sensibilità affine” per costruire una maggioranza. Il tutto avveniva sui temi, altrimenti non sarebbero stati comprensibili e ciascun partito selezionava i migliori dirigenti perché dovevano essere capaci di discutere e competenti nel ragionare.

Poi venne tangentopoli che, anziché correggere i difetti, fece saltare in aria il sistema introducendo il termine “gente”: la gente vuole, la gente dice, la gente pretende. Ma cosa era la “gente”? Una massa amorfa di individui, arrabbiati gli uni contro gli altri. Che poteva anche essere un desiderio legittimo ma aveva il difetto di scardinare la selezione che in politica è essenziale più che in economia.

L’effetto qual è stato? Mentre prima i partiti andavano a pregare la parte migliore della società per coinvolgerla nelle liste (una volta ho fatto anch’io parte della delegazione che andò a pregare il prof. De Vita, primario dell’ospedale, perché si candidasse, pur sapendo che sarebbe stato eletto riuscito togliendo magari il posto proprio a me), ora invece c’è la corsa alla candidatura e se non trovano spazio in una lista se ne fanno un’altra: tanto per ricordare la DC fece ricorso contro la LDC, che pure era una sua costola.

Se tutti sono candidati a tutto non c’è verso di poter esercitare un minimo controllo, tanto che quello che può essere un punto di forza al momento delle elezioni diventa poi inevitabilmente punto di debolezza nel governo. Senza esprimere un giudizio di merito, le dieci liste che portarono l’ultimo sindaco a palazzo di città sono state anche la sua rovina, in quanto la compagine è diventata ingestibile e si è passati da una crisi all’altra mettendo in sofferenza i problemi reali. Lo stesso vale per l’opposizione che non ha saputo ideare delle controproposte, preferendo spesso abbandonare l’aula consiliare anziché combattere su ogni provvedimento.

La conseguenza di tutto questo è che metà dell’elettorato non partecipa più alle consultazioni e l’altra metà viene stimolata non da un progetto o da una appartenenza ma probabilmente da un’amicizia o da una parentela o da un rapporto di lavoro. I termini di giudizio che si sentono per le strade o che si leggono sui social sono spesso irripetibili. Utili però a tenere lontani dalla politica quella classe dirigente che si limita a fare opinione nei circoli e nei bar, temendo che rimboccarsi le maniche sia equivalente a sporcarsele.

C’è pertanto una fetta di cittadini che si è vista privata di una identità e che oggi è sbandata con il rischio che vada ad accrescere il partito dell’astensione. Da elettore del Centro(destra) ho seguito con stupore la evoluzione della crisi della primavera scorsa: il deragliamento di una amministrazione sotto i colpi dei suoi stessi componenti. A tutti i protagonisti di quella vicenda mi permetto ricordare che il danno non è stato solo economico per la città ma anche morale per i cittadini in genere e in particolare per gli elettori di quella parte politica. Pertanto la notizia che ci sia in atto un tentativo di ritrovare un minimo di unità (qualcuno ha parlato di una nuova stagione d’amore, esagerato!) non può che fare piacere. E tuttavia c’è un problema serio.

Se le parole che sono volate tra i diversi protagonisti nella primavera scorsa erano vere, cioè se chi le profferiva era convinto di quello che diceva, la nuova convergenza non può vedere sulla scena gli stessi personaggi: in questo caso il popolo si vedrebbe preso in giro una seconda volta e stenterebbe a credere ai buoni propositi, con il rischio che si vada verso l’astensione o che addirittura i voti di centro destra si sparpaglino: una volta usciti i voti non tornano più. Avendo fatto politica anch’io so quanto siano vincolanti certi meccanismi: di conseguenza gli uscenti, soprattutto quelli che aspirano ad essere leaders, diano una mano a reperire e selezionare energie nuove capaci di dare un nuovo slancio alla compagine amministrativa. Altrimenti si riproporranno le stesse contumelie, magari a parti rovesciate. Chi parla con le persone e non solo con la cerchia ristretta di amici (dove regnano gli adulatori) sa quanto questo sia vero. Ben venga l’unità su basi programmatiche nuove e con volti nuovi. Questo al netto del giudizio sulle singole persone sul quale non mi permetto interferire . Nel 1962 un banale scontro tra i componenti della giunta portò alla esclusione dalla lista della intera compagine amministrativa. Eppure di quella giunta facevano parte personaggi del calibro di Marano (sindaco) e Pasquale Massaro, per fare alcuni nomi. Meglio rinnovare che rischiare una ulteriore paralisi. Oltretutto l’operazione più urgente è quella di sistemare i conti e qualcuno competente può essere necessario per non dipendere da altri.

Deve fare la stessa cosa la vecchia opposizione? Io non ho titolo per suggerire comportamenti. Sarebbe auspicabile di si. Potrebbero invocare mille attenuanti, ma hanno la responsabilità oggettiva di non essere stati presenti sui problemi, di non aver informato la pubblica opinione, di non aver immaginato una credibile alternativa. Le dimissioni della dott.sa Leonetti erano un segnale chiaro. Ma su questo versante io mi taccio.

Abbiamo bisogno di recuperare l’orgoglio di essere andriesi, di veder rifiorire l’economia della città, di tornare a investire sulle opere pubbliche, di completare i vuoti urbanistici creati da un PRG imposto più che discusso, di veder rinnovata la vita culturale dei cittadini, di tutti i cittadini. Se torniamo ad essere popolo saremo anche in grado di ripulire la città fisicamente e moralmente, tornando a recuperare lo spirito effervescente mostrato nel cambiamento da città agricola a città moderna.

C’è un emigrante andriese in Germania che ha fatto fortuna: ha messo su una azienda edile che compra case vecchie, le ristruttura e le rimette sul mercato. L’aspetto bello della vicenda è che tutti gli infissi, le porte, balconi e quant’altro viene regolarmente a prenderli da Andria. Questo è attaccamento alla propria città.

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • Vincenzo Leonetti ha scritto il 17 gennaio 2020 alle 16:44 :

    Bellissima riflessione, una vera lezione di politica. Non posso che imparare da queste parole, complimenti Rispondi a Vincenzo Leonetti