​Dietro una porta chiusa

Le implicazioni emotive della sterilità

Gabriella Ieva Stanze di vita quotidiana
Andria - venerdì 16 marzo 2018
dietro una porta chiusa
dietro una porta chiusa © n.c.

Fin dall’infanzia ciascuno di noi reca in sé l’intima convinzione di essere naturalmente capace di procreare un figlio. L’identificazione con i genitori, parenti, con le altre persone ci fa dare per scontato che dentro di noi il ciclo della vita attenda solo di dispiegarsi: una traiettoria che porterà dall’infanzia all’età adulta quando, se lo vorremo, potremo diventare genitori.

Sentiamo di avere la libertà di decidere se avere un figlio, con chi averlo, come e quando.

Purtroppo, però, alcune persone proprio quando si sentiranno pronte ad avere un figlio scopriranno che la realtà non corrisponde alle aspettative: quando, malgrado i molti tentativi, non si verifica il concepimento, viene improvvisamente annullata la fiducia basilare nel controllo sul proprio potenziale procreativo: la delusione che si accompagna all’arrivo di ogni mestruazione è particolarmente cocente se la persona sente con forza che è arrivato il momento di avere un bambino, sembra quasi una beffa, dopo che si sono usati a lungo metodi contraccettivi per evitare proprio ciò che ora si desidera tanto.

L’alternanza tra i momenti di speranza euforica e quelli di triste sconforto tende ad esacerbarsi con il passare del tempo; dopo ripetuti tentativi ed insuccessi nel concepimento, queste coppie sentono che stanno vivendo un incubo senza fine, emotivamente pronti ad accogliere un figlio che non si materializza mai.

Prendere atto che qualcosa non va, infatti, modifica l’immagine corporea fino a quel momento conosciuta: ad ogni nuova delusione, il corpo sembra dichiararsi come un’entità separata, un traditore che rifiuta di esaudire il desiderio più profondo di quella coppia.

L’uomo, la donna e la coppia devono rivedere il proprio senso di sé e le proprie aspettative per il futuro e/o riguardo alla famiglia che idealmente avevano immaginato di creare. L’infertilità ha, infatti, profonde ripercussioni sul concetto che abbiamo di noi stessi in quanto uomini o donne, e molte e diverse possono essere le reazioni ad un lungo periodo di insuccessi riproduttivi. La coppia può sentirsi sminuita sentendosi diversa, può isolarsi nel segreto, schiacciata da emozioni potenti di invidia, rabbia, tristezza, disperazione.

Può accadere che uno dei due partner, desiderando con tutte le sue forze un bambino, sia schiacciato dalla delusione, mentre l’altro sia disposto ad accettare la mancanza di figli. Alcune coppie decidono di comune accordo di affidare il concepimento al “destino”, mentre altre, dopo una lunga riflessione, possono lasciar perdere l’idea di diventare genitori. Altre coppie ancora optano per una terapia contro l’infertilità e, in caso di insuccesso, una parte di esse inizia le pratiche per l’adozione o l’affidamento. Alcune coppie, constatando a un certo punto l’impossibilità di procedere in maniera concorde, possono decidere di condurre vite separate; molti restano gravemente traumatizzati da questa esperienza perché sentono danneggiata la loro virilità o femminilità avendo fallito laddove quasi tutti gli altri riescono. Altri invece vanno avanti, rattristati ma illesi.

Profonde possono essere le ripercussioni anche all’interno della coppia: nel tentativo di dare un senso a ciò che accade loro, i due partner scandagliano il passato alla ricerca di qualche “misfatto” che giustifichi la punizione che hanno ricevuto, sfociando non solo in recriminazioni con sé stessi, ma anche in accuse l’uno contro l’altro.

Se la diagnosi di infertilità riguarda solo un membro della coppia, oltre al dolore personale possono insorgere sentimenti di colpa per aver privato il partner del figlio, ma anche rabbia e risentimento per l’asimmetria della condizione e per l’inganno che il singolo sente di aver subito. Il rapporto di coppia può ulteriormente deteriorarsi quando si manifestano emozioni divergenti.

Un aiuto psicoterapico in questa fase critica è essenziale perché offre la possibilità di elaborare le difficoltà relazionali che possono insorgere tra i partner; in molti casi, inoltre, permette alla coppia di elaborare il lutto per il figlio genetico che non può avere, in modo da creare lo spazio per accogliere un eventuale altro bambino, senza che quest’ultimo sia investito dell’ambivalenza di essere il “figlio sostitutivo”.

Avere uno spazio in cui elaborare questi eventi può migliorare di molto la ricettività verso l’intervento medico e gli aspetti emotivi in gioco, e funge da ammortizzatore contro la disperazione che può insorgere quando la gravidanza non è più un’opzione praticabile.

Promuovere la capacità riflessiva può aiutare la coppia ad aprire le porte psichiche all’interno del sé, piuttosto che continuare a bussare a quella fisica che ci è stata chiusa per sempre.

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