​La faccia dello straniero…dell’Uomo

Forse un nuovo secolo catastrofico è alle porte se non svegliamo e mobilitiamo le coscienze a difesa della dignità della persona

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 03 agosto 2018
​La faccia dello straniero…dell’Uomo
​La faccia dello straniero…dell’Uomo © n.c.

Prima di considerare qualsiasi tipo di categoria epistemologica, per affrontare il tema dello straniero e del diverso bisognerebbe partire da un faccia a faccia con la realtà.

La faccia di qualsiasi persona vivente, esprime una verità unica, irripetibile e originale. La faccia di una persona è una piccola tessera che compone il puzzle meraviglioso dell’umanità. La faccia disarma ogni tipo di distanza, immaginiamo un faccia a faccia tra un rifugiato politico di colore, che ha visto bruciare la propria famiglia per mano di terroristi e del presidente dello stato più potente del mondo. La faccia è il luogo dove l’umanità si incontra per la costruzione di legami relazionali, fondando una interpretazione della realtà antropocentrica anziché indifferente, consumistica, anonima e sconosciuta.

Purtroppo oggi ciò che domina è la cultura spersonalizzante, commerciale e crudele connotata da imperante relativismo, per cui la faccia dello straniero, del diverso, dell’altro è spazio di scontro, lotta e sopravvivenza.

La faccia di ogni persona, che sia dai tratti mediterranei, asiatici, scandinavi e africani è il crocevia di espressioni sentimentali universali. Noi umani riconosciamo gli stati d’animo di un nostro caro amico, conoscente o sconosciuto dalla semplice osservazione della faccia.

In verità, come umanità dovremmo riprendere a guardare in faccia l’altro, il diverso, lo straniero e poi considerare tutti i problemi che questa realtà impone: crisi politica, crisi economica, crisi migratoria.

Infatti mentre uomini, donne e bambini di ogni nazionalità diventano carne da macello senza futuro e speranza, politici di ogni rango, agenti di alta finanza, e mafia organizzata di ogni stato speculano voti, alzano muri, tagliano fondi per i servizi e cura alla persona, per il lavoro, la salute e la sicurezza, e corrompono per l’interesse di pochi.

Ecco il motivo per cui non guardiamo più in faccia i poveri, gli esclusi, i migranti, è la vergogna che ci scava dentro: ci sfigura nella coscienza, ci abbatte nell’orgoglio e diventa la misura della nostra disumanità.

Direbbe Maria Grazia Deledda nel suo celebre romanzo Canne al vento: «Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento». Una società al vento, senza direzione, senza ideali, senza umanità questo siamo diventati, per questo prima di occuparci di metodo dell’accoglienza fermiamoci per guardare in faccia la realtà oramai diventata straniera, sconosciuta.

Nell’era del digitale, l’umanità non è più consapevole che lottare contro il vento, forza naturale più grande di noi, ingestibile come le onde del Mediterraneo cariche di morte, significa combattere contro una realtà, inesistente, vuota. Non si può ancora credere alle illusioni, perché i risultati sono evidenti: abbiamo una situazione socio-politica in forte emergenza. La vera emergenza di questo nostro tempo, infervorato nella storia da scoperte scientifiche e umanistiche, è la mancanza di una agenda socio-politica-economica a favore dell’umanità.

Questo aspetto denota un forte decadimento morale da risultare un cancro difficile da debellare, se come comunità umana non facciamo insieme un passo indietro e ri-consideriamo le basi che hanno costituito la nostra sudata democrazia.

Se il vento oggi spira a favore di una politica sociale economica escludente, razziale e xenofoba, in cui mercenari e avventurieri populisti cavalcano per consenso il grido di disperazione di uomini, donne e bambini senza futuro, senza lavoro e senza dignità per riproporre politiche di terrore e di paura, sarebbe bene che il mondo cattolico partecipasse con i suoi principi morali all’arena pubblica e dichiarasse non cristiano chi è contro l’accoglienza dei migranti, chi vuole promuovere muri, chi per interessi personali promuove la corruzione e non favorisce la meritocrazia e difende la democrazia. Possiamo dire che sarebbe una reazione evangelica, che va in controtendenza rispetto a chi definisce il cattolicesimo di oggi “a bassa intensità”.

Forse un nuovo secolo catastrofico è alle porte se non svegliamo e mobilitiamo le coscienze a difesa della dignità della persona.

La tutela e la salvaguardia della vita nella Terra dei Diritti dell’Umanità, in questo tempo pieno di conflitti politici, di effimero consenso, deve essere il primo punto di un programma politico democratico, a servizio della comunità umana, altrimenti il sogno “Europa” muore e con sé muoiono intere popolazioni.

Ricoprire un ruolo pubblico e politico e di finanza impone un grande senso di responsabilità, un forte afflato per il bene comune, una visione lungimirante, componenti necessarie per determinare percorsi di emancipazione culturale, serietà amministrativa e processi di inclusione sociale, che favoriscono uno Stato di Valori Umani rendendo così possibile ogni giorno il dialogo, il confronto, lo scontro, l’antagonismo, la competizione per una polis plurale attiva e partecipativa.

Forse mi sbaglio, oppure forse non a tutti è dato di capire quello che voglio dire. Ma ora mi spiego. Accogliere, nella mia esperienza personale, significa questo: vivere costantemente braccato dalla paura di non fare mai abbastanza per l’altro/a, vivere notte e giorno in tensione per l’altro/a, vivere per una ragione: “il bene della collettività”, della comunità.

Accogliere è interfacciarsi con le Istituzioni, che nel significato della “responsabilità civile” devono rispondere e dare soluzioni ragionevoli. Sì, utilizzo il verbo “dovere” per essere chiaro, diretto, sfrontato perché le Istituzioni si devono ri-educare al dovere. Le Istituzioni prima di propagandare e promettere devono agire, le Istituzioni prima di scendere in campo elettorale e fare proseliti devono scendere nel “campo dell’umanità ferita e sofferente”, sporcarsi le mani, mettere la faccia, dare fiducia, e non dormire la notte per il cuore che ti sale in gola.

In questo momento storico particolare in cui si sta perpetrando il “nuovo olocausto”, tutti indistintamente siamo chiamati a non rimanere indifferenti, sordi, apatici, ma ad accogliere per un “dovere morale”, inscritto nelle nostre coscienze erranti di uomini e donne.

Per cui, oggi, ai significati già esistenti della parola “accoglienza” bisogna includere un altro significato ossia “dovere”. Il dovere, delle volte, violenta la vita di uomini e donne ma devo anche dire che l’accoglienza violenta ugualmente. Violenta nel momento in cui ti trovi di fronte giovani migranti con gli occhi che ‘il travaglio di un’esistenza’. Come uomo prima e come prete poi sento l’obbligo di custodirli.

Accogliere oltre ad inglobare l’accezione “dovere” non ha bisogno di palcoscenici ma di cuori, volti e mani che rivoluzionano un sistema. L’altro non è un numero ma semplicemente una persona che ha bisogno di affetto, attenzioni, cure e cultura.

Non dobbiamo e non possiamo dimenticare i tanti “ecce homo” e “crocifissi” del nostro tempo, perché «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo: non bisogna dormire durante questo tempo» (Blaise Pascal).

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