Il rapporto di Amnesty sui diritti umani: Italia bocciata

A 70 anni dell’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, i diritti umani non possano essere dati per scontati da nessuno

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - sabato 22 dicembre 2018
la copertina del rapporto di Amnesty International
la copertina del rapporto di Amnesty International © n.c.

Nel 2017 milioni di persone hanno sperimentato i frutti amari delle sempre più diffuse politiche di demonizzazione.

“Il tema dell’odio è dominante in molti Paesi”: è quanto ha dichiarato il presidente di Amnesty, Antonio Marchesi, presentando il Rapporto 2017-2018, pubblicato in Italia col titolo “La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019”, che riguarda 159 Paesi.

«Il discorso di odio avvelena oggi la vita pubblica, la convivenza civile in parecchi Paesi, fino ad arrivare al vero e proprio crimine di odio nei confronti di persone appartenenti a determinate categorie, per lo più vulnerabili, strumentalmente presentate come un problema e una minaccia da eliminare». Per Marchesi, si tratta di una retorica e di politiche che stanno dando frutti al punto che esiste un rischio concreto di arrivare a una sorta di normalizzazione delle discriminazioni massicce nei confronti di gruppi di persone minoritari ed emarginati. Anche perché sta anche crescendo l’ostilità di molti governi verso chi si schiera a favore di queste persone e verso le organizzazioni delle società civile che le difendono.

Nel 2018: le donne alzano la testa
Il crescente potere della voce delle donne non dev’essere sottovalutato, si legge nel rapporto. È lo straordinario risorgimento dell’attivismo delle donne contro l’azione di leader che si definiscono “duri” e promuovono politiche misogine, xenofobe e omofobe la grande novità sul fronte delle battaglie per i diritti umani in tutto il mondo.

«È l’attivismo delle donne ad aver offerto quest’anno la più potente visione di come contrastare questi leader repressori», ha affermato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. In Arabia Saudita le attiviste hanno rischiato di finire in carcere per aver sfidato il divieto di guida, in Iran per aver protestato contro l’obbligo d’indossare il velo. Negli Usa, in Europa e in parti dell’Asia in milioni hanno preso parte alla seconda manifestazione #MeToo per dire basta alla misoginia e alla violenza. In India e Sudafrica migliaia di donne sono scese in strada per protestare contro l’endemica violenza sessuale. In America Latina gruppi come Ni una menos hanno dato vita a movimenti di massa sui diritti delle donne di una dimensione mai vista in passato.

In Europa
L’anno è stato caratterizzato “dall’aumento dell’intolleranza, dell’odio e della discriminazione, in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà per la società civile”. Richiedenti asilo, rifugiati e migranti sono stati “respinti o abbandonati nello squallore mentre gli atti di solidarietà sono stati criminalizzati”.

A guidare questa tendenza Ungheria, Polonia e Russia.

In Italia
Il nuovo governo, si legge nel rapporto di Amnesty, si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio. Le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo. Il decreto sicurezza e immigrazione, secondo l’organizzazione, vìola “gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avrà l’effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia, esponendole ad abusi e sfruttamento”. Amnesty ricorda che il provvedimento è stato fortemente criticato in novembre da 10 relatori speciali delle Nazioni Unite, dalla società civile, dai Comuni e da molte realtà coinvolte nella tutela dei diritti umani e dei migranti. Amnesty ha anche documentato il massiccio ricorso da parte di alcuni candidati e partiti politici a stereotipi e linguaggio razzista e xenofobo per veicolare sentimenti populisti, identitari. Amnesty punta il dito contro gli sgomberi forzati e discriminazione dei rom, la fornitura di armi a Paesi in guerra come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, attivi nel conflitto in Yemen e i rischi legati alla sperimentazione delle pistole a impulsi elettrici (Taser) in dotazione alle forze di polizia.

In Africa

Dal Niger alla Sierra Leone, dall’Uganda allo Zambia i governi hanno fatto ricorso a tattiche repressive per ridurre al silenzio difensori dei diritti umani, giornalisti, manifestanti e dissidenti. Segnali di speranza, anche a seguito di cambi di leadership, si intravedono in Angola ed Etiopia.

Medio Oriente e Africa del Nord
Il contesto è segnato da perduranti conflitti: Yemen, Siria, Libia, nei quali la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. L’esercito israeliano ha causato un elevato numero di vittime civili palestinesi come non si vedeva da anni.

Nelle Americhe
In Colombia, in media ogni tre giorni viene ucciso un attivista. Preoccupa l’ascesa di leader che hanno fatto sfoggio di una retorica ostile ai diritti umani, come il neo presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Le crisi dei diritti umani in Venezuela e in America centrale hanno costretto un numero elevato di persone a lasciare i loro Paesi in cerca di salvezza. Gli Usa hanno separato e imprigionato nuclei familiari e ristretto il diritto d’asilo.

In Asia
Uno dei peggiori sviluppi è stata la detenzione di massa, da parte delle autorità della Cina, di un milione di uiguri, kazachi e altre minoranze musulmane.

La violenta campagna di uccisioni, stupri e incendi condotta dalle forze armate di Myanmar ha costretto oltre 720.000 Rohingya a lasciare lo Stato di Rakhine e a trovare riparo in Bangladesh.

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