Caro fratello

Te l’ho detto: avremmo bisogno di Te

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 15 febbraio 2019
Caro fratello
Caro fratello © Mirella Caldarone

Accade di voler colmare distanze incolmabili. In fondo, nove anni di assenza non insegnano ad abdicare al pensiero di incontrarti dietro ogni angolo possibile della vita. Sei nelle mie mani, nei miei occhi grandi e scrutanti, nella voglia di capire e di abbozzare previsioni per il futuro. Le colonne sonore della nostra giovinezza rimbalzavano nella cassa armonica della tua chitarra onnipresente e la tua voce suggeriva la comparsa di nuovi Bob Dylan. La polio del 1960 l’hai resa innocua nella tua proiezione verso la vita. Ci hai insegnato che sono proprio le menomazioni, le pecche e le ferite interiori a renderci spiritualmente forti e ambulanti, in cammino. La claudicanza, dunque, non una imperfezione ma esperienza di perfettibilità. Il tuo ondeggiare era il surf con cui sei diventato leader, accompagnato dall’immancabile Amaranta, sempre pronta a difenderti anche quando non ce n’era davvero bisogno.

Midriasi, una parola sconosciuta, l’ho appresa fuori dalla sala operatoria dove hanno tentato di restituirti al mondo: significava che le tue finestre sul mondo, di colore verde, non reagivano più alla luce della vita. E fu notte. Fu silenzio. Fu un anello d’acciaio andato in frantumi.

Compagni di cammino, mi ritrovo con un fianco scoperto e la tua claudicanza è ora la mia. E così anch’io faccio della menomazione e della ferita interiore una opportunità per celebrare la vita e per portarti ancora a spasso per le vie del mondo.

Caro fratello, i tuoi figli son cresciuti ed anche bene. Ora hai un uomo come figlio maschio e la sua gemella è una neomamma che ha dato il tuo nome a sua figlia. La più piccola della tua prole ora è una gigante, calza 42 a 12 anni e a scuola ha tutti 9 e 10, tanto per non deludere la tradizione.

Il mondo che sognavamo non c’è. L’emancipazione, la giustizia sociale, l’uguaglianza, la fratellanza e la solidarietà fra esseri umani restano capitoli di una storia immaginata, desiderata, vissuta come possibile attraverso l’impegno civile e politico dei nostri anni migliori.

Devo raccontarti della storia recente di questo popolo senza più briglie, che sembra abbia perso la capacità di essere felice. L’Italia, culla del Cristianesimo, patria di San Francesco è sprofondata in un lager di rabbiosità: sei il migliore se insulti, se gridi, se sei seguace di chi decide da solo e forgia slogan per la propaganda.

È in corso un processo di disumanizzazione. Hanno tirato fuori dal cappello vecchi argomenti da apartheid e scoprire che ancora funziona è raccapricciante. Beceri e vecchi termini come “razzismo” fioccano come neve d’estate. Quelli che credevamo fantasmi del passato sono ora pericoli incombenti. Per pura brama di potere si invitano le masse a scagliarsi contro i diversi, i più deboli prospettando una selezione della specie che risulterà solo abbrutita dal livore. C’è chi semina odio per raccogliere consensi e chi resta a guardare, complice e drogato di potere anch’esso, non considerando che l’ondata xenofoba trascinerà tutti a terra distruggendo non solo l’economia di questo Paese, ma le fondamenta di civiltà. Avevamo imparato insieme a nuotare ed ora ho paura di affogare in questo mare di indifferenza che si tinge di morte.

Il mondo che sognavamo non c’è e ci sarebbe bisogno anche della tua parola, della tua capacità di analizzare e visualizzare percorsi di speranza. Ci sarebbe bisogno della tua voce, del tuo canto, delle tue geniali intuizioni informatiche per progettare un software che neutralizzi quello che usano attualmente per orientare i consensi delle masse.

Caro fratello, te l’ho detto: avremmo bisogno di Te.

Altri articoli
Gli articoli più letti