La palude

Dispotismo democratico. Paradosso realizzato (?)

Andria - venerdì 08 marzo 2019
Giorgio De Chirico. Piazza D’Italia, 1955-1960.
Giorgio De Chirico. Piazza D’Italia, 1955-1960. © n.c.

[SOMMARIO]

“Totalitarismo e democrazia sono due parole senza qualità. Avrebbero bisogno di molti aggettivi, per l'appunto qualificativi.
Un dispotismo può essere illuminato e una democrazia putrefatta, e non è semplice districarsi tra queste antinomie”, sosteneva il politico e giornalista Luigi Pintor.
La pretestuosa, acritica e incondizionata apoteosi della democrazia lascia sempre il tempo che trova, perché è tramite questo preciso atteggiamento che si va a determinare la degenerazione della stessa in un monotono ed inemendabile regime, elemento di freno per il proprio stesso sviluppo.
La democrazia va ragionata, ridiscussa, ristrutturata, costantemente rivitalizzata.
La democrazia e le sue modalità sono in divenire, come in divenire sono la volontà ed i bisogni collettivi.

Arrovellati, dunque, nell’eterna polemica sulla politica, s’ignora, forse deliberatamente, il fatto che ogni governo, che è stato e che verrà, è un governo imperfetto, un governo della contingenza. Si può realizzare lo storicamente necessario, non già l’assolutamente giusto. E’ per questa semplice ragione che i Governi si rinnovano, i regimi cadono, le rivoluzioni implodono.
Ma si ha tutti, indistintamente, sempre e comunque qualcosa da lamentare; rivendicazioni da declamare a gran voce, futili o rimarchevoli che siano.
Le minoranze esigono di esser accontentate; la maggioranza pure.
A livello individuale, si suole fare della propria scelta politica una questione d’orgoglio personale, vanitosa civetteria del proprio sonno dogmatico, piuttosto che questione di mero buon senso; ovvero gestione delle priorità collettive da inquadrare evidentemente nel solo principio del perseguimento degli scopi e dei bisogni pubblici più pressanti.

Il governo che sazi l’eterna e velleitaria bramosia di esigenze di ognuno, o, per dirla altrimenti, il governo che conformi aspettative e opinioni di un’intera Nazione è niente più che un’ingenua utopia, la quale, ciononostante, continua ad essere presa come modello di riferimento.
L’asfissiante turpiloquio d’opinionismo democratico, pertanto, non si guarda mai dal sospendere di produrre, anche per un solo istante di indolenza, il nefasto slancio vitale col quale si precipita irrefrenabile a turbare il già-disordinato ordine della cosa pubblica; è in esso che professoroni chiamati a predicare la tartuferia dell’ovvietà, scaltri politicanti e altri imprenditori del consenso accorrono trafelati a cavalcare il sommovimento generale per cavarsi un posto nell’occhio del ciclone (in TV), a mezzo delle arti della mistificazione cattedratica che costoro ben padroneggiano.
Ottimo no? Non proprio. Tali “arti” sarebbero utili, nella più generosa delle ipotesi, a restituire soltanto una banalissima, speculare “immagine verbale” del già-manifesto. Raro è altrimenti.

Nell’età dei “cittadini onesti” e della “libera informazione”, di sporcarsi le mani con “eresie” non vuole saperne più nessuno.

In ogni caso, ammettiamo che è ben poco utile recitar la parte dei monadi del moralismo politico-sociale. Le masse seguono una loro logica, contro la quale i singoli possono soltanto strepitare a vuoto. (Vedasi Le Bon n.d.r.)
In democrazia nulla è intellettuale, nulla è assolutamente giusto o assolutamente sbagliato; tutto anti- estetico però.
Il popolo gode, come già diceva qualcuno, della sacrosanta potestà di scegliere da quali governanti farsi prendere a calci.

(Silenzi.)

Contro cosa o chi si vuole ancora baccagliare?
Quelli del “Ma possibile? Ormai siamo nel 2019!!” Direi di sì.
Bella l’esaltazione entusiastica dell’anno gregoriano in cui ci si trova.
Bella e buona aria fritta; arte del dovere civico. Sommo esercizio della libertà d’espressione nella democratica Italietta entro la quale è un compulsivo farsi e disfarsi di maggioranze barattate; l’Italietta dei talk show da intrattenimento catartico, l’Italietta della polemica nella polemica, della contestazione nella contestazione.
È la guerra fra poveracci; spesso gli uni solo poveracci e gli altri poveracci ignari e pure alfabetizzati. Tutti però, con troppo da perdere e tanto ancora da guadagnare.
Si è disinvoltamente passati dal non poter quasi nulla (o forse tutto), al poter tutti troppo, talmente troppo che il troppo ancora non è abbastanza.

E se volessimo ripensare l’attuale concetto di democrazia? Bonificare la palude nella quale siamo impantanati?
Ebbene, la selva burocratica di Stato, in cui la libertà costituisce l’eccezione ed il vincolo la regolarità, ce ne fa divieto; un divieto alquanto sottile ma straordinariamente effettivo.

“Diamoci in pasto all’Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto per colmare i profondi pozzi dell’Assurdo”, sarebbe, allora, l’invito senza tempo e più che mai attuale di Filippo Tommaso Marinetti.


di Giuseppe William Moschetta

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