Andria

Il fascino discreto del monocromatico

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 15 marzo 2019
Andria
Andria © Mirella Caldarone

Ad osservare quotidianamente la realtà, quasi dimentichiamo che essa contiene il seme del non visto così come quello del déjà vu. Vivo in questo paese da mezzo secolo, ormai, e mi sembra di conoscerne tutti i pezzi, gli odori, le mosse.

Andria, un luogo che si fa sentire, al di là di ogni indugio. Ricca di tradizioni in via di abbandono, preme forte l’acceleratore verso un futuro che non le somiglia. Piazza Catuma profuma ancora di terra e verderame, ha i mattoni tatuati dalle orme dei braccianti in cerca di lavoro ed il fumo aspirato dai loro polmoni traccia ancora sentieri olfattivi che puoi cogliere se cammini ad occhi chiusi e naso all’insù.

Sul terrazzo di un palazzo scrivo appunti sulla nostra storia perché non cada nell’oblio, per restituirne il respiro. La si può guardare in silenzio, Andria, da questa prospettiva, proprio mentre il sole si insinua nelle pieghe del Vulture e la luce mista disegna la città come non mai. C’è una distanza salutare dai rumori e godo della visione frontale dei giganti di pietra che sembrano candele.

Una sospensione magica, sto galleggiando nella storia e lo sguardo nuota nelle onde sonore delle campane. Una delle candele è spenta, sarà stato da poco il suo compleanno o si è fatta piccola per onorare i due fratelli maggiori, vestiti a festa per l’occasione. Lo sguardo vaga tra i luoghi a me familiari: ecco il Seminario con la Madonna del Carmine, il mercato del pesce, in lontananza si vede addirittura la riviera e Monte s. Angelo. Il Castel del Monte è un capezzolo sul seno della Murgia e lo vedo bene osservando piazza Duomo con il suo campanile. Un gioco di luci ed ombre, di cielo ed architetture: è il fascino discreto del monocromatico in un racconto del tutto personale.

Sul banco di un mercato immaginario c’è la nostra storia venduta a pezzi: dovremmo investire capitali e riprenderci tante preziose tessere del nostro puzzle collettivo. Immagino una grande operazione sartoriale per ricucire vestiti che scendano a pennello sulla nostra storia: ultimamente ha perso la sua forma.

Una comunità è organismo vivente: gli ingredienti di cui si nutre la disegna nella forma e nello spirito. C’è una fisiologia dei luoghi che influenza direttamente le nostre vite. Sento che sarebbe auspicabile un check-up, sereno e costruttivo, per capire lo stato dell’opera e progettare un programma nutrizionale ispirato alla salute, fisica e morale. Una città felice è quella che vorrei.

Oltre il grido indifferenziato, al di là dei gas di scarico e dello sviluppo scomposto, questo nostro motore può tornare a produrre energie pulite.

Un grande carico di risorse umane attende di essere valorizzata per riportare l’attenzione verso la crescita e l’umanizzazione dei luoghi. La cultura deve essere eletta valore primario: ad essa assegniamo il compito di una emancipazione necessaria.


P.S.: grazie a Erica e sua madre per avermi accolta sul terrazzo del palazzo, permettendomi di scattare le fotografie.