Il marasma della realtà odierna

Tra interessi di parte e problemi irrisolti

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 05 luglio 2019
un migrante in mare
un migrante in mare © n.c.

Ormai tutti conosceranno le vicende susseguitesi in questi giorni: Sea Watch, ONG, le repliche di Salvini, dei parlamentari all’opposizione, delle posizioni di altri paesi dell’UE. Probabilmente non è nulla di nuovo, la vera novità è che si è toccato il fondo dopo averne circumnavigato il perimetro. Una situazione diventata estenuante, che, senza cercare di sovvertire i ruoli, sarebbe stata molto più semplice da gestire, se ciascuna delle componenti avesse semplicemente fatto la sua parte e niente di più. Platone, immortalizzando Socrate, sosteneva che il riconoscimento dell’ignoranza è il punto di partenza per poter perseguire la conoscenza, nonché la virtù suprema, per poter godere della felicità.

Sarebbe interessante, dunque, analizzare la vicenda sotto questo punto di vista, in quanto dietro a tutto ciò si cela un velo quasi insormontabile di ignoranza che, come in una qualsiasi serie tv sci-fi, risulta più forte e potente della razionalità umana. Perché in fondo, in ciò che si sta verificando non c’è nulla di razionale, di giusto, certo poi abbiamo anche compreso che l’idea di giustizia sta subendo una distorsione imbarazzante, ricordando un po’ i vecchi tempi in cui, a detta di molti, si stava meglio.

L’ignoranza non riconosciuta porta a tutte le conseguenze più disparate, ed è l’elemento chiave su cui si fa populismo. E che abbiano inizio le danze: il capitano, nome neutro, sta violando la legge, l’Europa non ci aiuta, il capitano deve pagare; per non parlare degli insulti ricevuti da Carola al momento dell’arresto, insulti che hanno coadiuvato in sé razzismo, sessismo e mascolinità tossica, nel 2019, è sempre bene ricordarlo. Se da un lato movimenti popolari stanno cercando di combattere il nemico sopracitato, dall’altro, chi ne rimane fuori, ha un non so che di rabbia repressa i cui decibel sono così forti da risultare più rumorosi di qualunque altro messaggio di solidarietà.

D’altronde, sappiamo bene quale sia il problema più grave della democrazia odierna così come di qualsiasi altra istituzione: se ne fa solo una questione politica e di interesse personale, di propaganda, per meglio intenderci. L’eco dei migranti non ha minimamente avvicinato quello dei populisti malati, la vicenda dei 42 migranti e delle loro condizioni non è stata minimamente trattata, se non cercando di giustificarsi sostenendo di aver fatto sbarcare quei pochi che avevano realmente bisogno di cure. L’immigrazione è diventata una questione politica, non più umanitaria, come se si stesse trasportando della qualsiasi merce da chissà quale luogo sperduto e sconosciuto del mondo.

Non è il 1492, non è il medioevo, non è neanche, purtroppo, il Rinascimento: è l’epoca moderna, che in molti casi di moderno ha solo il nome e l’aspetto cronologico, non intelligente. In quelle 42 vite si cela una storia tragica, di sopportazione dell’inverosimile, ma anche di speranza, uno scenario che nel nostro mondo supera i confini del pensabile; il tutto però viene ridotto a un discorso di decreti, leggi, imbarcazioni, senza un minimo di interesse nel conoscere l’identità di questi poveri esseri umani che hanno avuto la sfortuna di esser nati in un posto costantemente sfruttato dalle multinazionali e costantemente in guerra. Che fare quindi? Di certo la rassegnazione contraddirebbe l’obiettivo dei filosofi Greci di cui si sono chieste in prestito alcune preziose parole: la soluzione è combattere. Questo termine, nella società attuale, porterebbe a un misunderstanding, perciò è necessario spiegarne il reale significato.

Combattere significa lottare per una causa che è oggettivamente giusta e che non vacilla tra i pensieri di qualche politico che attira consensi cercando di convincere sé stesso e chi gli sta intorno di una realtà distorta e frutto dell’immaginazione, un po’ come accade sovente nei film del celebre Cristopher Nolan; combattere non significa utilizzare le armi ed invadere il territorio nemico, ma vuol dire utilizzare la meravigliosa intelligenza umana, che ci distingue dalle bestie, per cambiare le carte in regola ed eliminare definitivamente i problemi di ideologia che ci caratterizzano dalle due guerre mondiali ad oggi, solo per non tornare troppo indietro. Perché combattere significa anche lasciare un’eredità rosea a chi ci sta seguendo e a chi ci seguirà, un mondo auspicabile in cui la migrazione sarà realmente considerata una risorsa preziosa della globalizzazione, in cui i reggitori dello stato saranno persone che metteranno realmente al primo posto gli interessi di chi governano senza convincerli di cose errate.

E chissà, magari al prossimo sbarco si cercherà prima di conoscere le vite dei malcapitati piuttosto che sballottolarli a destra e a manca. Thomas More, vedendo l’attuale condizione della società di massa, avrebbe definito questo appello “Utopia”, ma se 7 miliardi di individui si uniscono, nelle loro differenze, per una medesima lotta, la vera utopia sarà ciò che sta accadendo in questi giorni, mesi, anni, con una necessità di essere fermato prima della fine del tunnel, l’olocausto della conoscenza.