La repressione dell’evitabile

Il silenzio degli incoscienti che regna sul calo demografico

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 12 luglio 2019
La repressione dell’evitabile
La repressione dell’evitabile © n.c.

Di solito, quando vi è una questione da risolvere, si cerca di mettere in atto tutte le soluzioni possibili affinché il problema venga superato, il tutto nei limiti del possibile. Questo non accade sicuramente quando il pericolo viene ignorato, perché ritenuto irrilevante o perché tanto fastidioso da poter compromettere la propria immagine.

Qui si apre lo scenario quando si parla del crollo demografico avvenuto in Italia e individuato dall’ISTAT, che ha toccato anche Andria, che dal 2017 è stabilmente tornata sotto i 100 mila abitanti. Questa notizia, così come molte altre scomode, è passata con la velocità con cui spariscono i partiti al potere, nonostante abbia messo in luce un grave deficit in termini, oltre che di numero di popolazione, anche di età. E così il nostro stivale sembra diventato una terra di passaggio, di mezzo, da abbandonare il più in fretta possibile prima di raggiungere la meta.

Sarebbe alquanto scontato e futile dire che all’estero ci sono molte più opportunità economiche e lavorative che qui, perché tutto ciò non rappresenta il reale motivo per cui centinaia di migliaia di persone fuggono verso nuovi orizzonti o perché milioni di coppie decidono, se obbligate a rimanere, di non fare più figli. Il rapporto di causalità con questo fenomeno si instaura proprio dalla decisione di ovviare dalle tematiche più ponderose, e quindi anche dal mancato sfruttamento delle innumerevoli risorse che il nostro paese avrebbe da offrirci. Nel macrocosmo degli effetti bisogna racchiudere la mancanza di lavoro, la precarietà economica dei giovani e delle coppie, il degrado di molti territori con conseguente distruzione dell’ambiente e aumento di malattie, et cetera.

Nel miscuglio rientrerebbe anche il netto calo del flusso migratorio, flusso che qui da noi viene ancora considerato una minaccia e non una risorsa. Nei cittadini è stata inculcata inconsciamente l’idea che andare all’estero è diventata una ambizione, mentre restare al di qua diviene sintomo di rassegnazione a una vita senza troppe soddisfazioni. Il patriottismo è un concetto che ritorna nelle menti solo quando si tratta di insultare chi proviene da altre terre, soprattutto se queste sono più fragili della nostra.

Quello che Spengler definiva il tramonto della civiltà in quanto organismo vivente pare stia avendo il suo lento e quasi impercettibile corso, ma è inammissibile che accada dopo neanche poco più di 70 anni dal dopoguerra. Inoltre la nostra peculiarità, che la storia ci insegna, è quella di un’eterna oscillazione tra caduta e rinascita, che però ora racchiude solo la prima. Il tutto non deve sfociare nel pessimismo, in quanto la linea della ripresa dovrà necessariamente essere tracciata; tuttavia questo episodio ha nuovamente risaltato l’infinita crisi che, più del caldo estivo, è incollata a noi senza un minimo spiraglio per liberarsene. La spirale degli errori sta assumendo dimensioni notevoli, e nemmeno un semplice congresso delle famiglie, come quello tenutosi quest’anno a Verona, è riuscito a centrare l’obiettivo di stimolare le nascite e la crescita, anzi diventa un’occasione per interpretare in maniera distorta il Vangelo e trovare un pretesto per negare l’omosessualità. Tacere e sfuggire dinanzi al dilemma è ormai la nostra seconda pelle, eppure ignorare il male non è un modo di fare del bene, ma solo di portare alla distruzione.

Altri articoli
Gli articoli più letti