Tecnocrazia e stato della conoscenza. Distopia o soluzione?

L’alone di sacralità che va oggi acquisendo il sapere tecnico-scientifico è niente di più una stolida ed ingiustificata esagerazione dei nostri tempi

Andria - venerdì 27 settembre 2019
The Power Of The Workers and Farmers, autore sconosciuto. 1939-1945 - Museu do Caramulo
The Power Of The Workers and Farmers, autore sconosciuto. 1939-1945 - Museu do Caramulo © n.c.

Giova chiedersi che cosa sarebbe stato oggi di tutto il progresso tecnologico e scientifico che ancora oggi illumina e allieta la nostra esistenza, se mai avessero avuto luogo le numerose rivoluzioni culturali, e quindi ideologico-politiche, che si son rivelate decisive per il continuo divenire e la puntuale affermazione di detta forma di progresso; e nei suoi presupposti, e nei suoi esiti.

Difatti, senza quei dovuti rinnovamenti in ambito culturale, succedutisi nei secoli a informare gradualmente la realtà sociale a sempre rinnovati princìpi e creare le condizioni ambientali atte allo sviluppo tecnico e scientifico, attualmente ben poco si sarebbe potuto godere di quelle comodità e sicurezze oggigiorno tanto osannate, da essere trasversalmente ritenute sacre ed inviolabili; forse nessuna di esse, a voler essere realisti. D’altronde, è proprio questo cruciale ruolo della cultura e del pensiero ad essere oggi brutalmente rinnegato e ignorato. E questo spiegherebbe senz’altro molti dei malesseri e delle difficoltà che stanno patendo le società occidentali, giacché il pensiero, con il suo carattere riflessivo-meditativo, è stato sostituito dalla ragione calcolante; i perché sono stati completamente soppiantati dai come e dai quanto. Il principio di qualità è sempre più sopraffatto da quello di quantità, ed i giudizi di valore destituiti dai giudizi di proporzionalità e di idiotica comparazione quantitativa. La descrittività inerte ed acritica, rigorosamente scevra di ogni tendenza all’indagine eziologica o al giudizio di valore, è divenuta la modalità discorsiva prevalente; inequivocabile simbolo di una società/apparato che riconosce l’individuo soltanto nella sua potenzialità di ingranaggio e funzionario, negando ad esso una soggettività in senso stretto. In un simile sistema, naturalmente, non vi è interesse a che resti spazio e tempo per coltivare il senso della creatività, matrice di ogni coscienza, ragione di ogni innovazione ed insostituibile fonte di dinamicità.

Su questa linea, sta gradualmente venendo a configurarsi una vertiginosa impennata di dispotica autoreferenzialità da parte del mondo scientifico, che per voce dei suoi addetti declama solennemente la propria inoppugnabile superiorità, nonché fiera indipendenza nei confronti di qualsiasi altra forma particolare di sapere; in ispecie quella umanistica, di cui il mondo tecnico-scientifico non solo rinnega con tracotanza il cruciale ruolo storico, ma anche e proprio quel naturale legame che fisiologicamente unisce per reciproca rispondenza i due mondi. Non solo, quella scientifica si proclama altresì come la sola, unica e possibile forma di conoscenza, imprimendo i propri procedimenti metodologici e conoscitivi all’intero scibile. Si può dire, perciò, che tecnicizzato si è lo stesso sguardo dell’uomo sulla realtà.

La formazione umanistica è perciò avvedutamente ripudiata, e con essa i suoi valori e finalità: autodisciplina intellettuale ed autonomia morale; ovvero, negati sono non solo i presupposti cardinali per la potenza fondamentale di pensare e sapersi dirigere nella vita, dunque i presupposti stessi di civiltà ed umanità, ma anche e proprio le stesse basi necessarie affinché il conseguimento di qualsivoglia specializzazione formativa risulti opportuno e funzionale.

Data la rottura con il pensiero umanistico, nonché considerato il carattere di settorialità che contraddistingue il metodo tecnico-scientifico, si è prodotta nel tempo una totale frammentazione dell’organicità del sapere, rea di fomentare un approccio esasperatamente rigido e settoriale alla conoscenza, la quale finisce così per essere scioccamente rappresentata “a compartimenti stagni”, piuttosto che congruamente pensata e frequentata in quella totalità dialettica che le è propria.

La conoscenza, esasperatamente settorializzata, è stata dunque assoldata ai bisogni dei mercati e della produzione; essa conoscenza, sempre più identificata in ogni sua fase col mero tecnicismo nozionistico e priva di ogni slancio critico ed ideale, è completamente assoggettata ai nuovi bisogni professionali, ed in quanto tale, alienata da quell’appassionato “desiderio di se stessa” dal quale scaturiva e nel quale poteva realizzare quella nobile indipendenza che è suo primario presupposto.

Così accade che cultura ed istruzione son sempre meno pensate come lo strumento mediante il quale sviluppare coscienza critica, concorrendo ad un completo sviluppo delle facoltà dell’individuo; piuttosto, sempre crescentemente identificate invece con i mezzi attraverso i quali, da esseri umani la cui stessa coscienza è debitamente assopita ed inebetita già sul nascere con la somministrazione di un istruzione che è tutta nozionismo e niente educazione, o ci si qualifica per diventare funzionari di apparati secondo quella che è la corrente domanda di mercato, o si sceglie all’incirca la disoccupazione, qualora si abbia l’ardire di coltivare una preferenza per carriere per le quali il mercato, secondo dinamiche alquanto discutibili, non prevede più domanda e possibilità di affermazione a livelli apprezzabili.

“La formazione di massa ha standardizzato gli individui, sia come qualifica individuale, sia come psicologia”. Gramsci, 1929-1935 - p.11 “ Quaderni del carcere”.

In altre parole, si sta parlando di una sistematica e silenziosa soppressione non solo della possibilità di scelta degli individui in ordine alla propria esistenza, ma proprio ed anzitutto di quella impareggiabile ricchezza che consiste nella diversità interiore; diversità che segna la cruciale differenza tra la scintillante e imprevedibile policromia che distingue fra loro gli individui, e la plumbea freddezza della caratteristica in serie che accomuna inevitabilmente i “tipi”. L’omologazione interiore così è compiuta e l’individuo de-individualizzato diviene perfettamente funzionale ad un sistema che si sostenta e si perpetua per mezzo di automatismi acritici.

Infatti, non a caso Alain Ehrenberg, sociologo, nel suo “La Fatica di Essere Se Stessi” rileva che un tempo la depressione era organizzata attorno al senso di colpa, e lo si trova ancora riportato sui manuali di psicologia; diversamente, oggi essa è organizzata attorno al senso di inadeguatezza.

Occorre, per dirla con le categorie care a Marx, invertire la relazione dialettica sussistente fra struttura e sovrastruttura, di modo che siano assicurate le condizioni adatte non soltanto ad una libera determinazione degli individui, ma conformi ad un più naturale ed armonico evolvere della società nella sua fisiologica complessità. Occorre piegare il mercato e la tecnica all’uomo, non viceversa. Recuperare per noi il ruolo di “artefices”, la cui consapevolezza si è smarrita con la perdita della riflessività e con l’annichilazione insensata di ogni valore sull’altare del progressismo incondizionato e dell’adorazione del denaro come suo comburente, pose minchione di ciò che si è creduta essere la più nobile delle emancipazioni borghesi e che si è invece risolta nel suo contrario sistematico: una inedita forma di Medioevo che sprofonda nella stagnazione socio-culturale ed in un inaridimento creativo senza precedenti.

Per altro, non è proprio detto carattere di crescente complessità della società contemporanea a richiedere il bisogno di un sapere dialettico, organico e maggiormente orientato alla multidisciplinarietà? Si risponderebbe di sì senza poi troppi indugi, essendo chiaro che soltanto un sapere così concepito e fruito, permette di inquadrare agevolmente problematiche complesse da tutti i punti di vista necessari ad una efficace e tempestiva lettura e risoluzione di queste;

urge, quindi, un concreto sodalizio fra le branche del sapere, votato altresì all’accrescimento del loro stesso saggio di funzionalità e sviluppo, di contro alla rigida e controproducente scissione dello stesso in settori esasperatamente specifici, che tendono erroneamente a pensarsi fra loro come mutuamente escludenti, se non addirittura avversi o intrinsecamente superiori l’uno all’altro.

Le distinzioni da compiere fra la generalità delle forme del sapere, semmai, sono di ordine logico e gerarchico, non già assoluto.

E qui, ancora una volta, provvidenziale Gramsci annotava: “Il dirigente deve avere quel minimo di cultura generale che gli permetta, se non di creare autonomamente la soluzione giusta, di saper giudicare tra le soluzioni prospettate dagli esperti e scegliere quella giusta” (Quaderni del carcere, p. 106)

Da ultimo, è di tutta evidenza che la tecnica, in qualità di strumento, non può non operare senza un indirizzo valoriale esterno che determini i suoi fini e guidi la sua applicazione, potendo soltanto così essa realizzare la sua vocazione sociale e la sua stessa funzionalità strumentale; la tecnica, e sarebbe il caso di ribadirlo, è “scienza applicata dall’uomo al servizio dell’uomo” e per tale bisogna che si prenda in considerazione.

Sono di tutt’altra opinione, per l’appunto, i fautori della dottrina tecnocratica, che, nella loro inconsapevole allucinazione, si trovano a considerare essa come una sorta di “causa sui”, cioè dipendente ormai soltanto in se stessa, per se stessa e da se stessa. Accade così che si ritenga sempre più frequentemente che la suddetta sia in diritto di soppiantare e addirittura sostituire in toto la stessa sfera politica, ultimo baluardo istituzionale dei giudizi di valore nelle società contemporanee. Sostituzione che di fatto sta gradualmente avvenendo per le ragioni anzi trattate; la politica non è più il luogo della decisione per eccellenza, come teorizzava Platone, sicché essa risulta essere in sempre crescente misura subordinata ai dettami ed ai bisogni dell’economia, oggi intesa come sola tecnica della finanza e della produzione, e non già come scienza sociale.

Riassuntivamente, tecnica da costoro intesa come bussola stessa dei bisogni e pertanto, come fenomeno economico auto-alimentante, ossia autonomamente in grado di produrre domanda e offerta entro se stesso, essendo questo fenomeno sciolto da ogni forma di funzionale subalternità nei confronti delle istanze collettive; istanze che, anzi, la tecnica stessa va in tal guisa guidando e determinando dall’alto, essendo essa a un tempo sia il fine, sia lo strumento. In un contesto siffatto, altresì, non vi sono hegelianamente né più servi né signori, ma solo le esigenze di una rigida (ir)razionalità a cui devono subordinarsi tanto gli uni quanto gli altri, che così sono parimenti azionati dall’apparato tecnico che li sovrasta e ricomprende in sé.

Come spiegare, altrimenti, l’ipertrofica produzione che stanno conoscendo intelligenza artificiale e sistemi d’automazione, progettati nella più algida indifferenza proprio e se non anche per sostituire nel lungo termine l’operato umano in quei processi e bisogni produttivi, o puramente creativi, ai quali l’umanità stessa è più che capace e volenterosa di provvedere direttamente? Per esigenze di mera natura quantitativa, (ma è normale!), che finiranno per collidere ed implodere sotto il peso della propria allucinazione.

Dover fare tutto ciò che si può fare, a prescindere da ogni altro tipo di considerazione, è il solo imperativo secondo cui si muove il calcolo tecno-capitalistico.

Lo strumento scambiato per il fine. Una algida e inquietante distopia che si traduce in una inedita forma di integralismo ideologico ed un autoritarismo culturale dai risvolti paternalistici che non ammette contraddittori, né lascia spazio alcuno all’individuo, così silenziosamente abusato e coartato.

Un autoritarismo che, come ulteriormente previsto dai fautori del disegno tecnocratico, si serve unicamente dei processi burocratici (e dei loro irrisolvibili risvolti irrazionali) per una gestione scientifica della società che inizia così a mostrare tutta la sua spiazzante pericolosità.


Giuseppe William Moschetta

Lascia il tuo commento
commenti
Altri articoli
Gli articoli più letti