El dia de los Muertos

Mille storie che riecheggiano negli sguardi fissi

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 08 novembre 2019
Maggio 2005
Maggio 2005 © Mirella Caldarone

È il luogo dell’ultima dimora, la nuova casa per vestigia di un tempo andato. Il camposanto ospita il silenzio ed è il luogo in cui le città si liberano del frastuono. Diventa pausa creativa, recarsi al cimitero. Ci si dà il permesso di ascoltare i propri passi e i cinguettii degli uccelli che hanno casa sui cipressi. I pensieri volano alto, camminando tra i vicoli abitati dalle anime con la faccia di ceramica.

Non già disabitato, si tratta di un luogo abitato da mille storie che riecheggiano negli sguardi fissi. Per chi lo frequenta esso è la dimora del proprio caro, dove si va a raccontare il proprio presente o a trarre forza da un amore fossile rimasto giovane per una interruzione impietosa e, sempre, prematura.

Nei giorni che precedono la commemorazione dei defunti c’è un gran lavorìo per le strade di questa parte di città. Sono giorni in cui rinnovare i fiori, lavare le tombe, verificare il funzionamento delle luci votive. La sapienza femminile freme al servizio di chi non c’è più ma continua ad esistere nella vita degli altri. Piccole code alle fontane con innaffiatoi, panni in microfibra, fiori veri e finti: tante formiche operaie che procurano benessere oltre l’esistenza terrena.

Come per la festa del Patrono, si tira a lucido l’abitazione ed il vestito. Il 2 novembre è consuetudine far visita e portare fiori ai propri cari nei cimiteri: una folla si riversa tra i sepolcri, ognuno a tracciare le linee della propria trama genealogica.

A volte si dissacra il silenzio, ma questa data è occasione di incontri tra vita e morte. Si prova a rammendare gli strappi, ad intavolare dialoghi con l’aldilà.

Ogni regione, potremmo dire anche ogni città, ha le sue tradizioni locali.

A Roma la tradizione vuole che si consumi il pasto accanto alla tomba di un parente per fargli compagnia.

In Sicilia, è usanza far credere ai bambini che se sono stati buoni e hanno pregato per i loro cari defunti, questi ultimi torneranno per portare dolciumi e regali.

In Sardegna il 2 novembre i bambini si recano di porta in porta per chiedere offerte e ricevere in dono pane fatto in casa, fichi secchi, fave, melagrane, mandorle, uva passa e dolci.

In Trentino le chiese fanno risuonare le campane molte ore per chiamare le anime che si dice si radunino intorno alle case a spiare alle finestre. La tavola, nel frattempo, resta imbandita e il focolare acceso per tutta la notte.

In Friuli è tradizione lasciare un lume acceso, un secchio d’acqua per far dissetare l’anima e del pane per sfamarla.

Nei paesi anglosassoni, Halloween (“vigilia di tutti i santi”) costituisce un’occasione di festa soprattutto per i bambini che girano di casa in casa chiedendo dolci e monetine: secondo la tradizione, dalla sera e per tutta la notte, le anime dei morti tornavano sulla terra, accompagnandosi a streghe, demoni e fantasmi.

A ben vedere, tutto questo fa pensare ad una festa, ma per noi occidentali festeggiare la morte risulta un po’ come un ossimoro, abituati come siamo a pensare alla dipartita nostra e dei nostri cari con paura e tristezza. Tutto ciò che in qualche modo riguarda la morte, i teschi, gli scheletri, i cimiteri, ci trasmette sempre una certa negatività. Eppure in alcune parti del mondo non è così. In Messico ad esempio il Dia de los Muertos è un’occasione allegra e gioiosa in cui la morte è vista come un passaggio e non come una fine, un giorno da vivere con spensieratezza e allegria, porta tra il visibile e l’invisibile che i defunti hanno la possibilità di varcare per tornare una volta l’anno a riabbracciare i propri cari.

Mi piace pensare che morte e rinascita non siano separate ma contribuiscano, insieme, al mantenimento dell’ordine cosmico.

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