Tutti sono vittima del virus: le donne un po’ di più

Tra violenze domestiche in aumento e scelte politiche discutibili

Gabriele Losappio Una finestra sul Mondo
Andria - venerdì 19 giugno 2020
Tutti sono vittima del virus: le donne un po’ di più
Tutti sono vittima del virus: le donne un po’ di più © n.c.

In un’epoca storica in cui la donna sta sempre più acquisendo quei diritti da cui è sempre stata privata per il solo fatto di appartenere ad un altro sesso rispetto a quello considerato “dominante”, questi mesi caratterizzati dal diffondersi del virus hanno rappresentato un notevole passo indietro, compromettendo una lotta verso la parità ancora lunga e tortuosa.

In realtà non sembra esserci una logica correlazione tra i danni della pandemia e il ruolo della donna, ed effettivamente è così, se solo non fosse per il fatto che la logica non sempre timbra la mente umana e gli effetti sono poi prevedibili. Il ragionamento è antiquario ma non passa mai di moda: ci si approfitta di una situazione di crisi per indebolire chi di per sé è già indifeso, in modo da sacrificare qualcuno per il bene di tutti. Pensiero irragionevole, immorale e violento, ma applicato in tante situazioni sociali e questa non ne è stata esclusa. È infatti recente una notizia che arriva dall’Umbria, dove la giunta guidata da Donatella Tesei ha ripristinato l’obbligo di ricovero di tre giorni per le donne che optano per l’interruzione farmacologica di gravidanza. L’aborto farmacologico consiste nell’assunzione, a distanza di 48 ore tra l’uno e l’altro, di due farmaci (mifepristone e misoprostolo) ed è attualmente considerato uno dei metodi più sicuri ed efficaci. Questa scelta politica è stata additata come un modo per disincentivare questa pratica. Gli stessi dati dimostrano che questo metodo è applicato nel nostro paese solo nel meno del 18% dei casi, con una differenza abissale rispetto a quanto avviene nelle altre nazioni (97% in Finlandia, 95% in Svezia, 75% in Svizzera, 67% in Francia). Inoltre ristabilire l’obbligo di ricovero in questi mesi pandemici è alquanto pericoloso per la salute, considerando che aumentano notevolmente le possibilità di contagio negli ospedali. Precedentemente a questa delibera l’aborto farmacologico, nettamente meno pericoloso e dispendioso di quello chirurgico che al contrario presenta diversi e maggiori rischi, poteva avvenire in day hospital. Per continuare il confronto e dare un’idea dell’arretratezza dell’Italia in questo ambito, basti pensare che in altre parti d’Europa l’interruzione farmacologica può avvenire anche a casa e può essere somministrato dal medico di famiglia, permettendo quindi alla donna di trovarsi in una zona di comfort e non subire alcun tipo di pressione.

Questo evento ha fatto scalpore soprattutto per l’involuzione che c’è stata, ma sfortunatamente non si tratta di un caso isolato: sono ben 16 le regioni in cui non viene permesso che si scelga l’aborto farmacologico senza il ricovero. Il dato è preoccupante, soprattutto per la questione ideologica che ne deriva. La donna che deve abortire nel nostro paese difficilmente non sarà portata a non temere per la sua incolumità. La stragrande maggioranza di coloro che hanno dovuto fare questa esperienza durante i mesi con il Covid protagonista racconta di aver vissuto le pene dell’inferno: molte di loro sono state respinte quasi dappertutto, in quanto gli ospedali stessi per primi non avevano strutture adatte o linee guida precise su come operare. Ne è risultato che un servizio che rientra tra i livelli essenziali di assistenza è diventato un po’ meno essenziale, tra contagi e confusione generale. Per non parlare di alcune petizioni lanciate da associazioni ultra cattoliche e di estrema destra come Pro Vita che, sfruttando la situazione di incertezza, hanno chiesto la sospensione dell’aborto degli ospedali, andando contro la legge e contro alla cosa più importante, la libertà di scelta della donna. La teoria che considera l’aborto una sorta di uccisione del feto è stata smentita ormai da anni dalla comunità scientifica, perciò per chi inneggia all’omicidio è sufficiente informarsi un secondo, giusto il tempo di partorire l’idea del reale significato della gestazione e abbandonare queste battaglie senza fondamento.

Questo spiacevole avvenimento è esasperato da un altro fenomeno che nel passato recente è esponenzialmente aumentato in frequenza e gravità, ovvero il numero degli episodi di violenza domestica; la quasi totalità ovviamente nei confronti di donne. L’Onu ha ipotizzato entro la fine dell’anno un aumento di casi di violenza fino a 15 milioni, una cifra mai così allarmante. Nonostante ciò basta guardare al nostro giardino per comprenderne la minaccia: l’ISTAT ha registrato un incremento del 73% di chiamate al numero anti violenza 1522 con conseguente richiesta d’aiuto. Ed è solo parzialmente affidabile, non perché gonfiato da qualche potere forte, ma perché tante donne hanno paura per la propria vita e sono costrette a non comporre quel numero, a non denunciare le atrocità che subiscono a livello fisico e psicologico quotidianamente. Ad inasprire il tutto si aggiungono i 30 femminicidi registrati nei primi cinque mesi del 2020.

Ecco quindi in cosa consiste questa folle soluzione: limitare chi ha già ricevuto nella sua storia tante oppressioni, in modo da stroncare sul nascere quei nuovi diritti che una società evoluta dovrebbe possedere come fondamenta. La donna ha sempre avuto un ruolo minore a priori. È sempre stata ritenuta più debole, sensibile; talvolta da proteggere, altre volte da trattare come un oggetto per soddisfare i propri desideri senza il suo consenso. Questo continua tutt’oggi seppur con alcuni cambiamenti. Ora che iniziano a farsi strada e ad avere una voce che viene udita, qual è il fine di rimettere in discussione le libertà che si è guadagnata con sangue e sudore? Si affermano tante cose errate sul femminismo e sul suo ruolo di assoluta importanza nel mondo odierno. L’obiettivo finale è semplice: la parità, non la superiorità del genere femminile rispetto a quello maschile. Tanto semplice quanto frainteso, per il semplice fatto che non rendersi conto di questa differenza nasconde il timore di perdere un privilegio che non fa bene a nessuno. È vero che non tutti gli uomini sono così, ma tutti gli uomini che rivendicano questa frase con rabbia e orgoglio non stanno facendo altro che ostacolare questa lotta all’uguaglianza civile e sociale.

Sono passati 42 anni dalla legge che sanciva il diritto all’aborto. 10 anni invece sono trascorsi dall’istituzione del codice rosa. Ne serviranno tanti altri per raggiungere il risultato sperato. E solo allora potremo dire che la violenza sulle donne ha le stesse radici di quella sugli uomini. Perché ad oggi lo smentiscono i dati, la scienza. Il problema non sono i vestiti che indossa, un’attesa inaspettata e non voluta, o le cose che pensa diversamente dall’uomo. Il problema è l’umanità che manca, la stessa che è mancata alla presidente dell’Umbria.

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • Silvia B. ha scritto il 19 giugno 2020 alle 08:17 :

    Vi segnalo, in merito, questa petizione: https://www.change.org/p/presidente-della-regione-umbria-pillola-abortiva?recruiter=49481121&recruited_by_id=a2114360-97af-0130-b936-3c764e044e9e Rispondi a Silvia B.