Ripensare l’informazione per salvare la democrazia

Il controllo su notizie e informazioni (fake e non) spetta soltanto all’individuo che ne è il fruitore, nella salvaguardia della libertà di pensiero, di opinione, di critica, di informazione.. Bisogna però dotarlo degli strumenti

Giuseppe William Moschetta Pubblicità regresso
Andria - venerdì 08 gennaio 2021
censura
censura © n.c.

Da un po’ di tempo ormai, i grandi colossi di internet interferiscono pesantemente con il processo di discernimento dell’utente teso a stabilire quale contenuto possa essere veritiero o utile e quale no, azionando meccanismi tesi a censurare e intralciare le libertà di pensiero e di espressione come se si trattasse ormai di una legittima e benaccetta consuetudine.

Anche i mass media e l’informazione televisiva assumono toni sempre più spesso paternalistici e lontani dall’imparzialità, ergendosi a soloni dell’informazione, moralmente titolati a salvaguardarci dal terribile pericolo del “fake”.

Trattati come infanti in fasce, non saremmo che degni, perciò, dell’avanzo, del surrogato, del pre-masticato di menti elette che filtrano e selezionano per noi il contenuto fruibile con un margine di discrezionalità potenzialmente immenso.

Come definirla, se non tirannia culturale?

Spesso la censura ha infatti luogo, con la inescusabile tolleranza delle società occidentali che rimangono ad assistere stolide e inerti a un simile scempio dei valori liberali; aspettiamo forse un comando o un hashtag per manifestare il nostro disappunto? Pare di sì.

Proprio nella giornata di ieri, Facebook ha annunciato di aver disattivato a tempo indeterminato gli accounts di cui il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è titolare. Lo stesso ha fatto Twitter, imponendo un blocco di 12 ore e minacciandone invece uno permanente in caso “infranga nuovamente le regole”.

Social media e informazione mainstream, si osserverebbe ancora, infatti, mettono sovente in atto veri e propri processi di piazza; spesso soppiantano di fatto perfino la forza della legge, non solo intralciando l’esercizio di diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti, ma anche ponendo fine a carriere e dignità di personaggi pubblici sulla base di semplici pettegolezzi. Essi prevalgono sulla razionalità attraverso i sosfisticati algoritmi da cui sono animati; informano i fatti e non sui fatti; diventano vettori di propaganda spiccia proprio laddove pretendono di vedersi riconosciuta professionalità e qualità contenutistica; corrompono e influenzano i processi democratici; decidono virtualmente l’esistenza delle cose. In parole semplici, definiscono perciò la verità.

Passati a essere strumenti nelle loro mani, e non più autonomi fruitori del loro contenuto, essi affermano e impongono la propria presenza ovunque; si prendono cura di noi con un flusso costante, continuo e capillare di dati accuratamente selezionati, che risulta effettivamente in grado di plasmare la percezione della realtà più di quanto non faccia proprio il nostro contatto diretto e immediato con la essa. Qualsiasi pensiero o informazione sia dissonante rispetto a questo impetuoso e corposo flusso di dati omogenei, sarebbe da guardare con sospetto, da considerare un pericolo o una falsità spesso prima ancora che venga verificato.

La democrazia della nostra epoca sembra pertanto essere sempre più caratterizzata da un vuoto di potere e di consapevolezza che ne sta segnando il graduale declino, con “termini e condizioni di servizio” che fungono da leggi fondamentali di questa dimensione immateriale e transnazionale che è la rete, e che ciononostante dispiega in maniera invece decisamente tangibile e concreta i suoi effetti.

Ci viene detto che per combattere il pericolo della disinformazione urge rendere ancora più “omogenea” la comunicazione, nel contenuto e nella forma. Chi scrive, invece, preferisce lasciare tali modalità comunicative a Paesi illiberali come la Cina. Che ne è del pluralismo? Della libertà di pensiero, nonché perfino del pensiero stesso, se tutti sono indotti a dire la stessa cosa, parlando la stessa lingua e confondendosi in una sola grande voce?

Sarebbe il caso di chiedersi in che modo le società occidentali abbiano potuto ridursi a un simile stato di insensibilità e pigrizia intellettuale. Sono questi gli esiti della crescente “scolarizzazione” che la nostra classe politica vanta come una delle più grandi conquiste contemporanee?

Al di là della retorica, i fatti ci mostrano che la “scolarizzazione” ha prodotto, almeno nei suoi esiti più diffusi ed evidenti, niente meno che un esercito di ignoranti informatissimi, per rubare l’efficace espressione di Massimo Gramellini; la scuola ha istruito la società somministrando agli studenti nozioni e informazioni, ma ha fallito nell’insegnare agli individui a pensare e discernere.

Marcuse, in “L'uomo a una dimensione”, ritiene che il capitalismo sia riuscito a contenere le sue contraddizioni e i suoi squilibri funzionali mediante l'elaborazione di un sistema sociale retto da un meccanismo di sistematico disinnesco del pensiero critico, che è coartato a mezzo di consolidate strategie di intrattenimento e (dis)informazione.

Un fruitore mediatico sprovvisto di strumenti di analisi critica, come appunto “l’uomo a una dimensione” suggerito dal nostro, subirà sempre e soltanto passivamente l’impatto dell’informazione sulla propria cognizione.

In forza delle riflessioni appena fatte, dunque, la disinformazione andrebbe più opportunamente ridefinita come un rapporto subalterno e patologico da parte del fruitore nei confronti dell’informazione stessa in ogni sua forma e declinazione, e non come mera pratica di diffusione di notizie non veritiere, o “fake news”.

È pertanto evidente che il primo passo da compiere per ridimensionare il parossismo comunicativo odierno, sia quello di dotare l’individuo di adeguati strumenti di analisi critica e di discernimento; auspicabilmente, proprio a partire dal percorso di formazione scolastica obbligatoria, ancora oggi invece basato sull’imbarazzante inadeguatezza del puro nozionismo. Un ulteriore soluzione in tal senso, seppur solo parziale, sarebbe quella di integrare nell’offerta formativa dei percorsi di educazione digitale.

In secondo luogo, urge smontare immediatamente la pericolosissima pretesa di oggettività epistemologica di cui “i professionisti dell’informazione” sarebbero i detentori, e in forza della quale hanno creato, per converso, il demone simbolico delle “fake news”. A volerla dire tutta, ogni genere di informazione, proprio in qualità di sintesi e rappresentazione della realtà, nasce come distorta e parziale. Illudersi che la verità o la completa conoscenza dei fatti possa essere realizzata proprio attraverso l’informazione mediatica e giornalistica, suscita senz’altro una certa ironia.

D’altro canto, finché vi sarà libertà di pensiero e di stampa, sussisterà sempre e necessariamente anche il rischio di imbattersi in informazioni false, parziali o distorte; così come quello di inciampare in opinioni indesiderate o infondate, che per queste sole caratteristiche non vanno bollate come disinformazione, né brutalmente represse, ma soltanto adeguatamente confutate.

Il nostro ordinamento, non a caso, prevede già sanzioni fino all’arresto per le ipotesi di “Pubblicazione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” (art. 656 c.p.), nonché per “Abuso della credulità popolare” ( art. 661 c.p).

Chi, quindi, sulla scorta dei recenti fatti americani, ma non solo, invoca disinvoltamente la censura come soluzione alla disinformazione, non gode del favore di alcuna attenuante; è di fatto un nemico della Repubblica e delle libertà democratiche fondamentali.

Secoli di lotte sociali e conquiste culturali finalizzate anche e soprattutto all’abbattimento di ogni pratica di censura, dovrebbero oggi indurci a riflettere sulla direzione che sta imboccando la nostra società; tanto florida, emancipata e democratica nelle frivolezze, quanto tragicamente carente e assolutista in ciò che è essenziale.

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