Diritto di parola

Urge una nuova grammatica: la grammatica dei sentimenti, che fiancheggia quella delle convenzioni linguistiche

Mirella Caldarone Punto di vista
Andria - venerdì 19 febbraio 2021
Tratta dal libro “Geografia commossa dell’Italia interna” di Franco Arminio
Tratta dal libro “Geografia commossa dell’Italia interna” di Franco Arminio © Mirella Caldarone

C’era una volta un tempo in cui tutti ci hanno provato, badando bene a non usare penne, fogli e quaderni. Era l’epoca dello schermo illuminato. Usando non più di due dita, il miracolo si compiva: scrivere. Scrivere per tenersi in contatto, per provare ad annullare le distanze fisiche, e talvolta morali, dall’interlocutore. Per esserci sempre, insomma, anche quando non vi si stava affatto.

La trasposizione temporale sia concessa per parlare del presente e celare l’inquietudine di una modernità che porta con sé un limite tanto attuale: le carenze linguistiche. Da uno schermo non interattivo e, magari, a valvole, come la TV, si è arrivati in brevissimo tempo al formato palmare dei dispositivi computerizzati. Non v’è dubbio che ciò soddisfi le esigenze di immediatezza e ottimizzazione dei tempi nelle connessioni; peccato che l’efficientismo non ha una diretta relazione con la proprietà dei linguaggi osati tra le righe della rete.

La massificazione dei mezzi digitali, se da un lato ha reso possibile fruire facilmente dei contenuti più disparati e qualificati, dall’altro ha innescato una mercificazione del sapere: da strumento di condivisione e crescita, la rete può divenire, infatti, anche diffusore di fake e catalizzatore di linguaggi inadeguati.

Molti ritengono che una volta si parlava e scriveva meglio. Direi, però, che questa percezione è legata al fatto che attualmente, con i social media, molte persone hanno quella voce pubblica che prima non avevano. Non ho memoria, in realtà, di quando nessuno sbagliava i congiuntivi o scriveva egli invece di lui, né conoscevo tanta gente che sapesse le regole dell’italiano a menadito. C’è da considerare che solo a cent’anni dell’Unità d’Italia è stata conquistata l’italofonia con non poca fatica; fino agli anni ’60, infatti, le lingue parlate erano differenti per aree geografiche, essendo il dialetto l’espressione più usata

Molto più di prima, dunque, oggi vediamo quale sia la capacità popolare di usare bene la propria lingua. La scuola dell’obbligo non è sufficiente se non ci si allena continuamente ad applicare ciò che a scuola si è imparato. È un problema di sostanza, più che di forma. Servirebbe una scuola più esigente nel controllo degli apprendimenti, in questo periodo storico, pena il naufragare dell’impegno generoso di ottimi insegnanti. Non di rado, troppi ragazzi scrivono male in italiano compiendo errori che si tollerano appena in quinta elementare. Si sa di alcuni atenei che organizzano corsi di recupero di lingua italiana, il che è tutto dire.

La capacità di scrivere è collegata all’uso della logica e della fantasia. Argomentare, cucire le parole tra loro, senza un periodare sregolato e dal lessico minimale, è la garanzia di una comunicazione di qualità. Ciò che spesso si legge, sembra una sommaria traduzione in una lingua straniera, in cui è sufficiente far capire cosa ci serve o come si chiamano le uova. Come mai questo disorientamento linguistico? Si legge poco e niente, i libri sono noiosi e i giornali roba d’altri tempi.

Sarà che questa velocità ed interconnessione esasperata sta facendo saltare i nessi logici, fondamenti di una lingua? Forse, non c’è più il bisogno di affilare questo strumento. Si va per intuizioni immediate, senza l’impegno di usare riflessione ed argomentazione. Nel tritacarne della rete, poi, tutti utilizzano il diritto di parola anche quando ci sarebbe bisogno di silenzio, e quello che è un esercizio di democrazia diventa spesso usurpazione violenta del pensiero altrui.

Servirebbe una ri-alfabetizzazione per rendere di moda la parola ben detta. Il mondo necessita di un rinnovato repertorio di parole per riempire di significato le mille opportunità che la modernità ci offre senza rischiare di rimanere in superficie. Urge una nuova grammatica: la grammatica dei sentimenti che fiancheggia quella delle convenzioni linguistiche.

 

 

 

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