Denise e il suo anno in Thailandia: mi sono sentita "a casa" in un posto lontano da casa

Se ripenso al mio anno all’estero, ritengo incredibile quanto, in un periodo tanto breve, sia riuscita a stabilire legami indissolubili non solo con la mia famiglia ospitante ma anche con i miei compagni di scuola e gli altri AFSe

Antonella Porcelluzzi Incontri che cambiano il mondo
Andria - venerdì 22 ottobre 2021
Denise e il suo anno in Thailandia
Denise e il suo anno in Thailandia © n.c.

Sono Denise, ho vissuto il mio anno con Intercultura in Thailandia nel 2016/17 e ho deciso di diventare volontaria appena tornata. Attualmente sono la responsabile invio del centro locale di Trani, quindi aiuto studenti e famiglie nel percorso di selezioni e mi occupo, collaborando con altri volontari e volontarie, anche della formazione pre- e post-esperienza nonché dell’assistenza durante il periodo che i ragazzi vivono all’estero.

Sin da piccola ero affascinata dall’idea di vivere per un certo periodo in un altro Paese, di interfacciarmi con culture e tradizioni diverse dalle mie e magari sentirmi a casa in un posto lontano da casa, saltare fuori dal mio acquario per ritrovarmi a nuotare nell’oceano (per usare una metafora molto cara ad Intercultura). 

Se ripenso al mio anno all’estero, ritengo incredibile quanto, in un periodo tanto breve, sia riuscita a stabilire legami indissolubili non solo con la mia famiglia ospitante ma anche con i miei compagni di scuola e gli altri AFSers (studenti da ogni parte del mondo che erano lì durante il mio stesso anno). 

Arrivata in Thailandia tutto sembrava così diverso da ciò a cui ero abituata: indossare ogni giorno l’uniforme e recitare le preghiere buddiste prima di iniziare le lezioni, togliersi le scarpe prima di entrare in casa, classe, tempio e persino alcuni negozi, inchinare il capo quando mi rivolgevo a persone più anziane, mangiare cibo piccante, fare il bagno al mare vestita, aiutare i monaci al tempio, imparare la lingua con il mio fratellino di due anni che pronunciava con me le sue prime parole. Pian piano, però, tutto ciò è entrato a far parte della mia quotidianità e il mio essere ฝรั่ง (“farrang”, cioè straniera dai tratti occidentali) non mi ha impedito di sentirmi parte integrante della comunità thai, che mi ha accolta sin dal primo istante con il sorriso. 

Grazie alla mia famiglia ospitante ho avuto modo di viaggiare e visitare luoghi straordinari, spesso immersi nella natura, di assaporare cibi tradizionali, come la ส้มตำ (som tam), il ผัดกะเพรา (pat krapao) e il ข้าวเหนียวมะม่วง (khao niao mamuang), e anche di prendere parte a manifestazioni culturali, indossando il ชุดไทยจักรี (chut thai chakkri). 

Una delle prime espressioni che ho imparato e che riassume l'“essere thai” è, senz’ombra di dubbio, ไม่เป็นไร (mai pen rai, letteralmente “non è niente”, ma una traduzione più appropriata sarebbe “non ti preoccupare”); questa locuzione rappresenta un vero e proprio stile di vita ed è lo specchio dell’influenza dei principi buddisti sulla società del sud-est asiatico. I thai, infatti, raramente dimostrano di essere turbati da un evento, ma vivono ogni attimo con una serenità interiore che li aiuta ad affrontare le difficoltà col sorriso, non curandosi di ciò che è superfluo e passeggero ma avendo a cuore i legami e ringraziando per ciò che ci viene dato. Hanno, di conseguenza, anche una profonda devozione nei confronti della natura. Difatti, uno dei giorni che ricordo con maggior vividezza è quello in cui abbiamo celebrato il ลอยกระทง (Loi Krathong), un festival che si tiene nella notte della luna piena del dodicesimo mese del tradizionale calendario lunare thailandese; in quell’occasione a scuola ognuno ha costruito il proprio กระทง (Krathong), una “zattera” delle dimensioni di un piatto fatta con una parte del tronco di un banano, candele e fiori di ogni colore; poi la sera radunatici con le nostre famiglie presso il fiume più vicino, intonando canti tradizionali, abbiamo fatto galleggiare (ลอย, loi) le noste creazioni come segno di ringraziamento nei confronti della natura.

Conseguenza di questo stile di vita è anche il grande rispetto che i thai nutrono nei confronti degli anziani e chiunque pratichi una vita ascetica, come i monaci, in quanto persone “illuminate” e che hanno una più ampia conoscenza ed esperienza della vita. È comune, perciò, vedere le persone inginocchiarsi al loro cospetto, abbassare la testa quando si passa accanto a persone più anziane o chinare di più il capo quando si fa il ไหว้ (wai, cioè saluto), portando le mani giunte fino al naso o alla fronte invece che al mento (come si fa, invece, quando si saluta un proprio pari).

Tutti questi meccanismi sociali, che mi sembravano incomprensibili i primi giorni, col passare del tempo sono diventati parte della mia quotidianità e del mio modo di relazionarmi agli altri perché, grazie alle spiegazioni dei miei amici e dei volontari, ho imparato ad andare oltre le apparenze e capire le radici di determinate attitudini. 

Vivere la Thailandia come cittadina e non come turista mi ha permesso di capire quanto profonde possano essere le implicazioni culturali in ogni scelta che prendiamo e quanto considerare un altro punto di vista non possa essere che motivo di crescita personale e comunitario.

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