La plastica: un pericolo non solo per l'ambiente ma anche per la salute dell'uomo

L'approfondimento a cura del prof. Vito Felice Uricchio, Dirigente dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr

Domenico Di Noia La salute del cuore
Andria - venerdì 08 aprile 2022
Plastica
Plastica © n.c.

La plastica: un pericolo non solo per l'ambiente ma anche per la salute dell'uomo

Dal punto di vista chimico la plastica può essere definita come un materiale organico non naturale, caratterizzato da notevole plasticità oltre che da versatilità di prestazioni e facilità di lavorazione. A differenza di molte sostanze organiche, la plastica non si trova in natura: viene sintetizzata artificialmente a partire da risorse naturali come il gas, il petrolio e suoi derivati. Spesso si sente parlare dell’inquinamento dalla plastica senza però realmente conoscere i danni e i gravi effetti che questo provoca. Cerchiamo di fare chiarezza e capire davvero di cosa si tratta.

Ne parliamo con il prof. Vito Felice Uricchio, Dirigente dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr (Cnr-Irsa).

Nel XX secolo compaiono i diversi tipi di materiali plastici, che diventeranno poi parte della nostra quotidianità, Professor Uricchio, possiamo affermare che il 900 è il secolo della plastica?
Certamente sì.  Gli anni Trenta e la Seconda Guerra Mondiale segnano il passaggio definitivo verso quella che viene definita l’Era della Plastica, con la creazione di una vera e propria industria moderna.  Nel 1935 Wallace Carothers sintetizza per primo il nylon (poliammide), una materiale che si diffonderà con la guerra al seguito delle truppe americane trovando una quantità di applicazioni, grazie alle sue caratteristiche che lo rendono assolutamente funzionale all’industria tessile: dalle calze da donna ai paracadute.  Nel 1973, Nathaniel Wyeth (Du Pont) brevetta la bottiglia in PET come contenitore per le bevande gassate. Leggera, resistente agli urti e trasparente è oggi lo standard per il confezionamento delle acque minerali e delle bibite. Gli anni ’50 vedono la scoperta delle resine melammina-formaldeide (la “Fòrmica”), che permettono di produrre laminati per l’arredamento e di stampare stoviglie a basso prezzo. Nel 1954 Giulio Natta scopre il Polipropilene che sarà prodotto industrialmente dal 1957 col marchio “Moplen”, rivoluzionando le case di tutto il mondo ma entrando soprattutto nella mitologia italiana del “boom economico”. Gli anni ’60 vedono il definitivo affermarsi della plastica come insostituibile strumento della vita quotidiana.  I decenni successivi sono quelli della grande crescita tecnologica, della progressiva affermazione per applicazioni sempre più sofisticate ed impensabili, grazie allo sviluppo dei cosiddetti “tecnopolimeri”.

 L’ utilizzo della plastica è diventato ormai un tema sensibile negli ultimi tempi a causa dei danni che arreca all’ambiente e alla salute, è proprio così? 
Dal 1839 la composizione chimica della plastica ha subito una serie di evoluzioni e sino ad oggi la chimica ha sviluppato oltre 10.000 tipologie di materie plastiche che, nonostante le loro caratteristiche di durabilità, si trasformano rapidamente in rifiuti e permangono nell'ambiente per centinaia di anni, trasformandosi anche in microplastiche e contribuendo a veicolare anche nelle catene trofiche sostanze tossiche che riescono ad assorbire. Tali sostanze presenti nelle plastiche primarie o che aderiscono alle stesse provocano significative reazioni tossiche con sensibili interessamenti per la salute umana e pesanti impatti sugli ecosistemi. In aggiunta, il blocco delle importazioni di rifiuti di plastica in Cina – deciso da Pechino nel 2017 e in vigore dal primo gennaio del 2018 – ha avuto ripercussioni drammatiche sulla diffusione dei rifiuti plastici, dato che fino al 2017 la Cina (inclusa Hong Kong) assorbiva il 72,4 % dei rifiuti plastici esportati dai Paesi di tutto il mondo. Le plastiche non più ritirate dalla Cina sono spesso bruciate o disperse nell’ambiente.   La plastica è comoda, pesa poco, conserva bene i cibi e altri prodotti di uso comune, e il dato positivo è che il mondo dell'industria è ormai sensibilizzato sulle possibili insidie di certe sostanze per l'organismo.  I danni sulla salute: all'interno delle materie plastiche sono presenti tantissime sostanze e composti dannosi per la salute delle persone, come, ad esempio, diossina, stabilizzatori UV, piombo e cadmio. Questo quanto emerso dal rapporto realizzato da Endocrine Society, una società scientifica che riunisce decine di esperti di tutto il mondo, e Ipen (International pollutants elimination network), il quale mostra che le materie plastiche rappresentano una minaccia per la salute pubblica in quanto contengono una serie di sostanze chimiche pericolose e dannose per il sistema endocrino: gli interferenti endocrini (EDC). Questi contaminanti ambientali,   una vasta categoria di sostanze o miscele potenzialmente in grado di alterare la funzione del sistema endocrino e causare effetti avversi sulla salute delle persone e della loro progenie, come cancro, diabete, disordini del sistema riproduttivo, danni allo sviluppo neurologico dei feti e dei bambini, sono presenti in tantissimi prodotti diversi, come cosmetici, giocattoli,  materiali per la casa e auto e sono utilizzate anche nella preparazione di alimenti industriali o si sviluppano durante il processo di cottura. Tra i principali interferenti endocrini, sono da considerare gli ftalati (presenti nel PVC, nei cartoni per cibo da asporto ma anche negli smalti per unghie, negli adesivi e nelle vernici) e il  bisfenolo A, (presente in giocattoli, bottiglie, attrezzature sportive, dispositivi medici e odontoiatrici, lenti per gli occhiali, supporti ottici, elettrodomestici, caschi di protezione, rivestimento di lattine per alimenti e bevande. Gli ftalati (i plastificanti più comuni al mondo utilizzati per ammorbidire, o plastificare, alcuni materiali usati in una serie di prodotti industriali e di consumo), sono in grado di provocare obesità, alterazioni e ritardo nello sviluppo ormonale, riproduttivo e neurologico, influendo sullo sviluppo del cervello dei bambini nell’utero,  questa alterazione  potrebbe essere considerata una concausa del ritardo dello sviluppo cognitivo e quindi anche una concausa dell’autismo. Diversi studi epidemiologici hanno misurato l’esposizione prenatale agli ftalati e poi hanno seguito lo sviluppo dei bambini rilevando comportamenti alterati, sintomi o diagnosi clinica di disturbi dello sviluppo, tra cui il disturbo da deficit di attenzione, iperattività (ADHD) e autismo.  Assumendo integratori di acido folico all'inizio della gravidanza, sembra possibile ridurre in parte la comparsa di questi tratti comportamentali nel bambino.  Un team dell’Università della California Riverside ha scoperto inoltre, che gli ftalati, possono aumentare il livello di colesterolo e quindi il rischio di malattie cardiovascolari nell’uomo. Il colesterolo alto o ipercolesterolemia è una condizione subdola in quanto non dà sintomi, ma può condurre alla cosiddetta aterosclerosi, una malattia degenerativa delle arterie di grosso e medio calibro le quali, ostruendosi, possono provocare ictus, infarto, angina pectoris. Anche il bisfenolo A  è in grado di alterare la funzione del sistema endocrino e causare effetti avversi sulla salute delle persone e della loro progenie, tra cui cancro, diabete, disordini del sistema riproduttivo, danni allo sviluppo neurologico dei feti e dei bambini e  può aumentare il rischio di malattie cardiovascolari.  Oggi sappiamo che il Bisfenolo A non è  dannoso solamente per  i neonati, ma anche per gli adulti, infatti  le persone che si sono maggiormente esposte al composto nocivo, soprattutto tramite alimenti in scatola o lattine pre-trattate, hanno dimostrato una maggiore sensibilità per patologie cardiache anche gravi.

 

Prof. Uricchio, in questa intervista ha accennato alle microplastiche. Cosa sono e perché sono  pericolose?
Le microplastiche sono quelle piccole particelle di plastica che inquinano i nostri mari e  oceani  e si chiamano così perché sono molto piccole e hanno un diametro compreso in un intervallo di grandezza che va dai 330 micrometri e i 5 millimetri.  Come accennato in precedenza, in particolare le microplastiche possono produrre effetti ecotossicologici legati alla loro capacità di assorbire varie classi di inquinanti chimici e di trasferirli nelle reti trofiche, poiché possono diventare vettori di idrocarburi policiclici aromatici (IPA), di metalli pesanti e vari distruttori endocrini come ftalati, bisfenolo A, PBDE, alchilfenoli, policlorobifenili (PCB), etc., oltre che di numerosi farmaci e fitofarmaci, riversati in grandi quantità negli ambienti acquatici. Una ulteriore significativa criticità è legata all’incenerimento dei rifiuti plastici, spesso operata ad opera di organizzazioni criminali che la ritirano con costi competitivi per disfarsene dandole fuoco in aree naturali (provocando ulteriori incendi) o in capannoni abbandonati con significative conseguenze sull’inquinamento atmosferico. In tal modo, con la combustione le plastiche, rilasciano in atmosfera gas tossici come diossine, furani, mercurio e policlorobifenili. Inoltre, la combustione del cloruro di polivinile libera alogeni pericolosi e inquina l'aria, con ulteriori conseguenze sui cambiamenti climatici. Le sostanze tossiche così rilasciate rappresentano una minaccia per le  produzioni agroalimentari con effetti sulla salute umana e sulla vegetazione spontanea con effetti sulla biodiversità. Come emerge dalle valutazioni analitiche, a seguito di incendi di materiali plastici,  le diossine si depositano sui raccolti e nei nostri corsi d'acqua dove alla fine entrano nel nostro cibo e quindi nel sistema corporeo. Tra le diossine il 2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), comunemente noto come agentorange è un composto tossico che provoca tumori, danni neurologici con effetti con conseguenze sul sistema riproduttivo e respiratorio. Così, bruciando plastica i rifiuti aumentano il rischio di malattie cardiache, aggravano disturbi respiratori come asma ed enfisema e provocano eruzioni cutanee, nausea o mal di testa e danneggiano il sistema nervoso. In aggiunta il polistirene è dannoso per il sistema nervoso centrale. I pericolosi composti bromurati agiscono come cancerogeni e mutageni.

 

Quali le sue conclusioni su questi argomento?
La plastica è stato ed è un materiale rivoluzionario, ha però un grossissimo difetto di fondo: non è biodegradabile e la sua dispersione è altamente dannosa per l’ambiente.  La degradazione avviene prevalentemente per via fisica, per azione dei raggi solari o per abrasione, ma il processo può richiedere tempi lunghissimi, da 100 a 1000 anni per una bottiglia, un sacchetto, piatti e bicchieri di plastica.  È per questo che la plastica va riciclata.  Riciclando si evitano inutili e pericolose dispersioni in natura e si risparmia economicamente in termini di materie prime, considerando soprattutto le massive quantità di plastica presenti quotidianamente nelle nostre vite. Riciclabile al 100 percento, la plastica PET non perde le sue proprietà fondamentali durante il processo di recupero e la si può così trasformare ripetutamente per la realizzazione di nuove bottiglie o altri prodotti. Riciclare la plastica comporta solo vantaggi, per la natura e per noi. Bastano 27 bottiglie in PET per  produrre una felpa di pile.  Tutto ciò che oggi abbandoniamo rimarrà per moltissimi anni nell’ambiente contribuendo all’inquinamento del nostro pianeta e gravando di conseguenza sulle forme di vita e sulle generazioni future.  Ciò che possiamo fare per aiutare l’ambiente è in teoria semplice: dimostrare prima di tutto a noi stessi di essere persone civili. E dove è possibile, possiamo fare un passo indietro e imparare a sostituire la plastica con materiali biodegradabili e amici della natura. La plastica al giorno d'oggi è il sesto continente. Si tratta di due enormi isole, interamente formate da rifiuti (soprattutto plastica) gettati in mare e raggruppati dalle correnti oceaniche in due immensi ammassi. Il “sesto continente” si trova nei pressi del Giappone e delle isole Hawaii, ha 2500 chilometri di diametro (più o meno due volte la lunghezza dell’Italia, dalle Alpi alla Sicilia) ed occupa una superficie grande come il territorio del Canada.

Grazie Professor Uricchio per questa interessante conversazione!

 

Anche la terra respinge la plastica e non la digerisce, se piantata non dà alcun frutto, il mare non se la porta sul fondo e la ripone sempre sulla spiaggia. Elisabeth Wisler

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I commenti degli utenti
  • Franco ha scritto il 08 aprile 2022 alle 22:07 :

    E intanto nulla sappiamo di che fine faccia la plastica raccolta come differenziata. Un mistero, si dice bruciata in inceneritori dell'est Europa. Rispondi a Franco

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