Mediterraneo, l’amico blu

Il Mare Nostrum è tormentato dalla pressione esercitata dalle attività umane

Matteo Lai One world – spazio ambiente
Andria - venerdì 13 maggio 2022
mare
mare © AndriaLive

Lungo le coste del Mar Mediterraneo vivono stabilmente circa 150 milioni di persone che ne hanno fatto uno dei mari più importanti al mondo dal punto di vista economico con un valore di oltre 450 miliardi di dollari proveniente dalle attività e dalle risorse legate ad esso.

Nonostante le sue dimensioni abbastanza limitate (2,51 milioni di kmq), è interessato da oltre il 15% del traffico marittimo mondiale, in costante aumento grazie soprattutto al recente ampliamento del Canale di Suez da cui transitano navi sempre più grandi e numerose, oltre a molte specie marine aliene che entrano in conflitto, sempre più spesso, con quelle autoctone. Le ultime stime sulla biodiversità marina del Mediterraneo indicano la presenza di circa 17.000 specie, che rappresenta dal 4 al 25% della diversità di specie marine globali.

Un ecosistema fragile, ancora troppo poco tutelato e sempre più minacciato dai cambiamenti climatici e da una crescita insostenibile della pressione antropica: inquinamento, traffico navale, attività estrattive di gas e petrolio, pesca e turismo di massa, tutte attività destinate ad aumentare nei prossimi anni con gravi danni sull’ambiente marino e le creature che lo abitano.

Purtroppo, il fatto di essere un bacino semichiuso, la cui acqua si ricambia totalmente in media ogni 80 anni, ne aumenta il grado di fragilità. Il nostro mare si sta scaldando a uno dei ritmi più rapidi al mondo, fino a 0,12 gradi all’anno in superficie ed è avvelenato dall’inquinamento, non solo di tipo chimico, ma anche da quello della plastica.

Nel Mar Mediterraneo le correnti spingono sulle coste l’80% dei rifiuti di plastica con il risultato che, per ogni chilometro di litorale, se ne accumulano oltre 5 kg al giorno. L’inquinamento peggiore da plastica è però quello invisibile: la microplastica. Il nostro mare ha soltanto l’1% delle acque mondiali, ma contiene il 7% della microplastica marina globale con una grande isola galleggiante che si è formata nel tratto tra la Corsica e l’isola di Capraia. Sono più di 130 le specie di pesci, uccelli, tartarughe e mammiferi marini che nel Mediterraneo sono vittime dell’ingestione di plastica: il suo accumulo nell’apparato digerente comporta quasi sempre la morte. Sui suoi fondali sono stati rilevati livelli elevatissimi di microplastiche, fino a 1.9 milioni di frammenti su una superficie di un solo metro quadro. E questa plastica raggiunge anche noi: in media ingeriamo 5 grammi di plastica a settimana e non si conoscono ancora i risvolti per la nostra salute.

Oltre il 20% del Mediterraneo è dato in concessione per l’industria petrolifera e del gas. Il tasso di sviluppo del trasporto marittimo cresce ogni anno del 4%. Il turismo prevede oltre 500 milioni di arrivi internazionali. L’urbanizzazione costiera invaderà oltre 5000 km di costa e solo in Italia si rischia un consumo di suolo di 10 km all’anno. L’acquacoltura crescerà oltre il 100% entro il 2030, così come la pesca ricreativa dato che oggi il 90% degli stock ittici è già eccessivamente sfruttato. La pesca eccessiva rappresenta una delle minacce più gravi per la sostenibilità dei nostri mari e di tutte le specie che li popolano. Il 31% degli stock ittici globali è sfruttato al di sopra del livello di sostenibilità e il 61% sfruttato a pieno regime. Le condizioni sono davvero allarmanti e aggravate dalla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, che comporta catture accidentali di specie minacciate o giovanili e la distruzione di interi habitat. Nel Mediterraneo la situazione non è da meno, con il 93% degli stock valutati come sovrasfruttati. Gli esempi più significativi sono quelli delle acciughe in Adriatico, delle specie demersali, ovvero quelle che si trattengono nei pressi del fondale sul quale trovano nutrimento, nel canale di Sicilia e del pesce spada la cui mortalità da pesca è quasi doppia rispetto a quella che ne garantirebbe uno sfruttamento sostenibile.

Le aree marine protette attualmente designate coprono il 9,68% del Mar Mediterraneo, ma quelle gestite efficacemente sono solo l’1,27%. Puntare su un incremento di queste aree e migliorarne la gestione aiuterebbe a rigenerare gli ecosistemi naturali, ricostruire gli stock ittici, mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici e assicurare un futuro alla pesca e al turismo sostenibili, garantendo al contempo salute e benessere alle comunità locali. Numerosi studi scientifici hanno evidenziato come insistere con l’attuale pressione antropica comporterebbe una continua diminuzione della biodiversità e degli stock ittici di fondamentale valore commerciale. Con la protezione efficace di specifiche aree, si otterrebbe un incremento delle stesse specie e una rigenerazione dell’ecosistema marino.

Il Mediterraneo è un sistema complesso su cui si affacciano più di 21 paesi. È fondamentale sviluppare un approccio che costruisca una strada verso la sostenibilità, che inneschi una cultura di responsabilità e una conformità di regole affinché tutti gli attori coinvolti lavorino insieme per costruire una visione che riconcili la crescita economica con la salvaguardia delle risorse marine.

Mi torna in mente una vecchia frase: “Siamo tutti sulla stessa barca!”

Lascia il tuo commento
commenti
Altri articoli
Gli articoli più letti