Dal Texas all’Ucraina: la strage dell’infanzia

Un bambino a cui sono levati i giochi della vita è condotto a cancellare un protagonista di una nuova generazione, di un nuovo ossigeno che porrebbe rimedio ai nostri errori e farebbe fiorire i nostri insegnamenti

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 03 giugno 2022
Scuolabus di Leopoli in ricordo dei 243 bambini morti
Scuolabus di Leopoli in ricordo dei 243 bambini morti © ansa

La strage in Texas è il terzo massacro americano più sanguinoso tra quelli che si sono verificati in una scuola. 21 innocenti morti, di cui 19 bambini. L’aspetto silenziosamente tragico è che si tratta di un episodio quasi ridondante, dove cambiano gli attori ma la vicenda è la stessa.

Mentre il dibattito si incentrerà, anche giustamente, sulla questione delle armi negli Stati Uniti, sarebbe importante focalizzare l’attenzione su una piaga che non ha fine: le vittime più innocenti sono sempre i bambini.

Anche in questo caso ciò che si modifica è lo scenario, non l’oppresso. È successo in America, dove la follia di un singolo ha distrutto serenità e progetti di intere famiglie. Succede quotidianamente in Ucraina ormai da tempo. Ed è passato solo qualche mese dalle desolanti immagini, a cui abbiamo assistito durante il conflitto israelo-palestinese, dei bambini gettati dalle madri oltre il filo spinato per permettere loro di fuggire da un destino certo e affrontarne uno con tanti pericoli e poche certezze, ma un briciolo di speranza in più.

Non si esaurisce a un episodio a cui partecipiamo increduli; riguarda fenomeni globali e quotidiani a cui abbiamo smesso di dar peso. E l’indifferenza è l’alleato più forte del male. Dalla tratta degli schiavi, ai piccoli che lavorano il coltan per darci modo di esibire il nostro insaziabile consumismo, ai catastrofici effetti della malnutrizione che colpisce milioni di innocenti ogni giorno, che per loro potrebbe essere l’ultimo. Più avviciniamo l’obiettivo, più ci rendiamo conto di quante vite future e quanti sogni stiamo distruggendo.

Se la guerra non guarda in faccia nessuno, quel che è certo è l’immagine di un potere che i sudditi esercitano privandoci del progresso umano, mentre quello tecnologico procede a valanga. Crescere bambini liberi significherebbe aumentare le possibilità che un giorno, anche solo uno di loro, si ribellerà ad un sistema di sfruttamento e di omertà globale. Autoalimenterebbero il loro stesso sabotaggio. Questo spiega perché la cultura diventi una minaccia, anziché una risorsa. Ma la libertà, di cui la cultura è energia, non si acquista; dovrebbe essere un bene inalienabile che si riconosce da sempre. Un bambino che cresce libero è un bambino che ha le stesse possibilità di tutti, come godersi l’infanzia anziché costringere il suo esile fisico a un lavoro senza scrupoli, nutrirsi sapendo di avere altro cibo dopo il suo ultimo pasto, così come l’acqua per dissetarsi. Un individuo che per vivere non è costretto a sperare, separarsi dai suoi genitori e rischiare di non ricevere mai più loro notizie.

E un bambino dovrebbe imparare a nuotare in un mare posato da adorare, non in uno tormentato da attraversare durante la notte, in balia di corrente e speranze disattese.

243, è la stima dei bambini uccisi durante la guerra in Ucraina. Per simboleggiare una perdita le cui parole farebbero fatica a comporsi, i sedili di un autobus scolastico sono stati occupati da zainetti e pupazzi. Quell’autobus partirà senza di loro, raggiungerà un luogo dove loro saranno assenti. I corridoi saranno vuoti, come vuote saranno le onde di rivoluzione che ogni infanzia porta con sé, come carburante che riempie la riserva del mondo. Nonostante questo, nonostante un confine già varcato e soppiantato, quel numero non è finito; è un simbolo in quanto tale, poiché la cifra reale è più grande, non cesserà di esaurirsi. E di certo non potrà diminuire. Tutto questo sembra accettato con la testa che pronuncia un “sì” di assecondamento totale. È più semplice cavarsela con un “non si può far nulla” che trovare una risposta alla domanda “cosa poter fare per evitare una tragedia senza conclusione?”.

In ogni bambino giunto invece in salvo c’è lo sguardo dell’incoscienza, dell’impossibilità di sapere che ciò che ha vissuto fa parte di una “normalità distorta”, eppure il dolore nel suo sguardo lo si percepisce. Spesso giunge in una terra priva della sua guida, in un “deserto” che non era il suo. Ed è la sua unica alternativa di sopravvivenza, in quanto della sua di terra c’è solo qualche traccia che è stata importata, o deportata.

Una vita spezzata è un’occasione fallita di fare del bene, di quel bene che è dentro ciascuno di noi e che talvolta viene macchiato. Un bambino a cui sono levati i giochi della vita è condotto a cancellare un protagonista di una nuova generazione, di un nuovo ossigeno che porrebbe rimedio ai nostri errori e farebbe fiorire i nostri insegnamenti.

Non possiamo dunque cancellare ciò che è stato, ma abbiamo il compito di fare in modo che queste stragi non si ripetano. Perché un bambino, oltre ad essere un sinonimo di pace con le bandiere che sventolano, è un esempio di normalità e meraviglia, quella di riscoprire e riscoprirsi sempre al mondo con innocenza.

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