La parte dimenticata del mondo: una crisi umanitaria senza fine in Africa

Solo in Congo un quarto della popolazione ha bisogno di urgente assistenza umanitaria, e un terzo soffre la fame

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 10 giugno 2022
Africa
Africa © n.c.

In un mondo globalizzato, in cui vi è la straordinaria possibilità di abbattere ogni barriera geografica e superare ogni confine, si dovrebbe avere l’occasione di diminuire anche quelle differenze a livello economico, sociale, culturale.

Nonostante le potenzialità ci siano e crescano con l’aumentare esponenziale degli strumenti di connettività, l’interesse mostrato nell’interfacciarsi con realtà tanto diseguali dalle nostre è nettamente minore rispetto al necessario.

A prova di questo squilibrio notevole e sempre più marcato è stato pubblicato il Report annuale del Consiglio norvegese per i rifugiati, che ogni annata individua un elenco delle dieci crisi di profughi maggiormente trascurate nel panorama internazionale. Questo risultato si basa su tre criteri di mancanza: finanziamenti, attenzione da parte dei media, iniziative politiche e diplomatiche internazionali.

La notizia sconvolgente dell’ultima pubblicazione è che tutte le posizioni in classifica sono occupate da paesi africani. In vetta c’è la Repubblica Democratica del Congo, che non è nuova a queste analisi disastrate delle proprie condizioni a livello umanitario e la propria tendenza ad essere trascurata dagli interessi mondiali. Nel 2021 sono state stimate quasi 20 milioni di persone con assoluto bisogno di ricevere assistenza umanitaria, quasi un quarto dell’intera popolazione. Inoltre, in quanto a sostegno economico per aiutare la ripresa del paese, sono stati ricevuti circa 870 milioni, a fronte dei 2 miliardi necessari per una ripartenza che non c’è mai stata. Una nazione dilaniata da continui conflitti interni, che conta più di sei milioni di cittadini tra sfollati interni e rifugiati fuori dai confini. In circostanze che a noi sono quasi sconosciute, crisi vuol dire anche mancanza di cibo, e se un terzo della popolazione congolese soffre la fame l’indifferenza istituzionale e mediatica sta esacerbando un problema che ha già superato il punto di non ritorno.

Le medesime situazioni si incontrano in altri stati come Burkina Faso, Camerun, Burundi, Nigeria, Etiopia e così via. Si tratta di luoghi in cui il malessere generale supera di gran lunga ogni comfort, che finisce per essere sconosciuto a latitudini dove il tutto è posseduto da alcuni signori, o gestito da potenze mondiali che nascondono giochi di Risiko con sostegni insufficienti, di pura facciata.

Tra le cause di questo abbandono totale c’è, in larga parte, una totale assenza di interesse da parte di chi dovrebbe testimoniare scenari desolanti come quelli riportati in questa classifica. Se da un lato per certi temi si tende a parlare di infodemia, con un’eccessiva quantità di informazioni la cui rapidità di condivisione finisce per far decrescere la qualità, dall’altro si preferisce evitare ogni tipo di discussione su determinate questioni. E se non si parla di qualcosa, quella cosa per molti non esiste. Non ci sono sfollati se non si parla di loro, non c’è alcun problema di fame se non si parla del cibo che manca, non ci sono problemi in Africa se l’Africa non esiste sui giornali. Tutto ciò si discosta dal perbenismo: basti pensare che, dal momento dello scoppio della guerra in Ucraina, sono stati scritti a riguardo circa 85mila articoli ogni giorno, mentre in tutto il 2021 il numero di quelli pubblicati sulla tragica e lungodegente condizione in Africa è stato intorno ai 27mila. Le conseguenze del conflitto europeo stanno gravando su realtà già precarie, e ora che il quadro è completo, è lapalissiano intuire su chi si stia ripercuotendo in maniera più minacciosa.

Un paese che dispone di mezzi per aiutare e offrire sostegno non deve farlo per ripulirsi la coscienza di fronte agli occhi di altri paesi, ma con un reale interesse di porre una mano concreta per una ripresa che, ad oggi, non conosce principio. Allo stesso modo, chi si occupa di informare e sensibilizzare ha una potentissima arma a disposizione, la parola, e se non viene usata svanisce il ricordo di un intero continente che soffre.

C’è sempre posto per tutti, se le risorse non vengono più fagocitate dal potere.

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