Storia di un migrante per amore

Dimenticato dall’indifferenza del potere, un fantasma che vaga tra i confini da cui viene respinto

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 01 luglio 2022
Storia di un migrante per amore / migranti
Storia di un migrante per amore / migranti © n.c.

In un mondo che cerca di definire i confini, per ridisegnarli o per cancellarli per propria sete, vi è poco spazio per la potenza del sentimento. Quello puro, innato, insito in ciascuno di noi, quello che viene inghiottito da un mostro più grande, l’indifferenza.

Per chi fugge, chi resta, chi desidera di essere altrove, per chi apre gli occhi la prima volta o per chi si spegne, c’è sempre uno spazio per le emozioni tanto quanto ce n’è uno per il rischio di perdersi e non riconoscersi più nel proprio essere, umano come tutti gli altri.

Nelle storie di chi scappa, di chi è costretto ad abbandonare e abbandonarsi, ci sono tante pagine non lette. Anche in quelle interpretate da qualcun altro, che non ne comprende il reale valore, c’è una forte componente di superficialità e ipocrisia. Essere diversi, per più di qualcuno, significa che c’è un prototipo, un “normale”, e dall’altro lato un “più debole” che, al massimo, merita di essere rispettato con pietà e con l’offerta di aiuto, ma solo per mostrare superbia, anziché aiutare ad essere, vedersi per quello che si è davvero.

E quindi, se fosse davvero così, cosa sarebbe per gli altri “un migrante per amore”? Che posto avrebbero, per i nostri occhi ingenui, un uomo o una donna che fuggono perché a loro è stata privata la possibilità di provare il sentimento più semplice, che però nasconde la forza più grande di tutte? Evidentemente farebbe parte di una lista nera, in cui ci metti le persone che non hanno un reale motivo per fuggire, perché possono restare lì dove sono. L’amore non è un elemento statistico, probabilmente. Non rientra in dati raccolti per prendere finte decisioni, così come resta escluso dalle priorità degli aiuti umanitari. E a rileggere questa frase, ci vuol poco per rendersi conto di questo enorme paradosso, umanità senza amore, che è come la vita senz’acqua, la musica senza armonia, la pace senza il rispetto.

Proviamo, per un attimo, ad immaginare che sia tutto diverso. C’è la storia tragica di un uomo e una donna, in una di quelle dove trionfa il dolore, piuttosto che l’amore. È anche una di quelle dove l’amore non basta, perché ci sono protagonisti in eccesso che ostacolano lo scorrere verso un lieto finale. La famiglia di lei era ripugnante, e solo questo bastava affinché il loro congiungersi fosse impossibile. Non per loro, che mai hanno smesso di lottare per aversi. Eppure, come se ci fosse bisogno di altro, gli antagonisti erano sempre più numerosi. Una serie di melanconiche sfortune li aveva portati a ricevere il veto del governo. E un potere funziona se non veicola sentimenti, almeno così scrivono in manuali astratti. La conclusione rappresenta l’epilogo per tanti come loro, che usano ciò che provano per sfidare chi li opprimono: la donna è stata uccisa, senza troppe remore né risentimento, mentre lui ha visto nel fuggire l’unico strumento per continuare ad esistere.

Ciò che rende straziante questa storia è il suo essere diventata uno standard. Suona quasi un ossimoro: una storia che ti colpisce non perché è unica, ma perché la vivono in tanti, senza via di uscita se non quella di dimenticarsi di amare. Come quella in cui un uomo, condannato a morte, è riuscito a scappare e a vivere l’inganno altrove, mentre la sua amata moriva abbandonata nel luogo in cui si sono incontrati e avrebbero continuato a incontrarsi.

Creiamo, anche in questo caso, una classifica. Illudiamoci della veridicità delle categorie. Un migrante per amore non è un migrante. Su di lui, o su di lei, pesano le differenze dalle altre. Nulla di cui potersi lamentare, a meno che non si tratti di una guerra mondiale, di un territorio invaso, al massimo di una catastrofe naturale. E se già lì si esula dal riconoscere le emozioni dei volti, un migrante per amore diventa un fantasma che vaga tra i confini da cui viene respinto.

In queste storie c’è un minimo comune denominatore, oltre al destino infelice: la voglia di continuare a provare quel sentimento, di restare a galla e non lasciarsi sprofondare dall’apatia che regna sull’oggi, la forza di restare anche quando si deve partire per sopravvivere. Perché nella perdita si lascia un pezzo di sé, anche se si calpestano i piedi altrove (ammesso che venga accolto).

Un migrante per amore è un migrante come tutti gli altri. Come tutti noi. Con una sola differenza: noi abbiamo bisogno di amare per vivere, lui, spesso, per amore è costretto a morire.

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