Il racconto della domenica

Il vestito della sposa sotto il ginocchio dello sposo

Mentre i ricchi lesinavano anche sull’abito, i poveri coglievano l’occasione per esibire una ricchezza che non avevano: “s’avevna fè onour”

Cultura
Andria domenica 26 giugno 2022
di Vincenzo D'Avanzo
Il vestito della sposa sotto il ginocchio dello sposo
Il vestito della sposa sotto il ginocchio dello sposo © n.c.

Premessa: il commento più frequente al racconto di domenica scorsa è stato: «tutto vero, è lo stesso racconto che faceva la nonna». Tutti i fatti raccontati sono veri. In molti hanno chiesto di evidenziare le tradizioni relative al matrimonio, lo faccio volentieri ricorrendo a ricordi personali o a racconti dei nonni.

Giuann i Lilein si sposarono perché i loro padri andavano in campagna a lavorare dallo stesso datore di lavoro. Parla oggi e parla domani entrambi decisero che un matrimonio poteva unire le due famiglie. L’unico a manifestare qualche contrarietà fu Giuan ma cedette immediatamente quando vide che Lilein era una bella ragazza e fu autorizzato ad andare la sera in casa “ad amè”. Non era una grande cosa. Infatti il protocollo prevedeva due sedie poste a una certa distanza l’una dall’altra e la suocera immobile di fronte a sferruzzare. Era persino un problema trovare argomenti per alimentare la conversazione: infatti se solo abbassavano il tono della voce o uno dei due allungava la mano c’era la mamma di lei che interveniva per ripristinare l’ordine. Ogni tanto però si ricordava di dover andare a chiedere qualcosa alla comara di vicino: ma solo un attimo. Così arrivarono al matrimonio che si conoscevano appena.

La prima volta che Giuann andò in campagna per l’intera settimana (a stè four) lasciò a Lilein cento lire pregandola di non spenderli tutti. Tornato il sabato chiese alla moglie che fine avevano fatto quelle cento lire. La moglie cominciò a elencare tutte le cose comprate e alla fine Giuann si accorse che aveva superato la somma lasciata e chiese: “u debt si fatt?” “No - rispose la moglie - sono rimaste dieci lire”. Di lì capì che si poteva fidare e cominciò la loro storia d’amore: andava a lavorare e i soldi li dava alla moglie perché li amministrasse, riservandosi solo il pacchetto di sigarette “Nazionali”.

Passa il tempo e i due facevano vita normale fino a quando un bel giorno Lilein disse al marito: “si vende una casa vicino alla chiesa” (suo massimo desiderio andando ella ogni giorno a messa). “I u pizz?” Chiese il marito, ignaro. “Teng u nzmlicch” (il salvadanaio) e con sorpresa del marito tirò fuori dal materasso na mstrtedd (federa del guanciale) e comprarono la casa anche se modesta. Passano ancora gli anni e arriva al matrimonio la figlia grande. Riunione con i suoceri per organizzare il tutto.

Un po’ di paura si ebbe al momento di stabilire la data del matrimonio: i genitori del ragazzo volevano il mese di maggio, quelli della ragazza a luglio. Le ragioni erano semplici ma dovevano svincolarsi dalle credenze. Maggio era il mese ideale per chi lavorava la terra, erano finiti i lavori più impegnativi e c’era ancora il gruzzoletto del raccolto; la ragazza invece insegnava nella scuola materna (parole grosse) della parrocchia e doveva finire l’anno. I mesi disponibili erano da dopo Pasqua sino all’Avvento perché gli altri non erano disponibili: c’era il mese dei morti, la preparazione alla nascita di Gesù e la Quaresima. Della settimana bisognava eliminare il martedì e il venerdì (né di Venere né di Marte ci si sposa o si parte). La discussione si animò al punto da minacciare la rottura del matrimonio essendo sfuggita qualche parola grossa. Alla fine portò la soluzione una parola fuggita di senno al futuro sposo: “la fscieut”. La fscieut era un disonore per le famiglie. L’accordo fissò la data a settembre in coincidenza di san Riccardo. “E se piove?” chiese amara la suocera. Meglio, sposa bagnata sposa fortunata. E il ritornello tornava sempre sulla vil moneta.

Quando si arrivò al punto di decidere se mettere in mostra il corredo Giuann disse subito che si trattava di una pratica antica, era meglio evitare. Insorse la moglie: “naun, naun, l crstioin hanna sapaie ca doim tutt”. La preoccupazione dei poveri è stata spesso: “cosa dirà la gente?” Si faceva la fame pur di comparire. Giuan cedette anche questa volta: Lilein si fece prestare di fronte alla casa una camera vuota e sistemò il tutto con ordine. Quando arrivarono i suoceri e i loro familiari per inaugurare la “mostra” entrò anche Giuann che fino a quel momento viveva nella paura che il corredo della figlia non sarebbe stato all’altezza delle promesse fatte. Invece si trovò ad ascoltare i commenti dei suoceri che si complimentarono non solo per il numero dei capi ma anche per la qualità delle stoffe, dei tegami, dei piatti e quant’altro. Abitava in zona un negoziante che vendeva i corredi in casa consentendo anche di utilizzare il quaderno sul quale segnare i soldi rateizzati.

I due novelli sposi cercarono di seguire tutte le tradizioni perché ogni gesto del matrimonio aveva un preciso significato e doveva essere visto da tutti, quasi a sottolineare il nuovo “stato” dei due ragazzi. Per questo i familiari dello sposo il giorno delle nozze si recarono alla casa della sposa perché di lì doveva partire il corteo che, doveva attraversare le principali vie del quartiere. Prima che partisse il corteo, però, alla presenza di tutti la sposa si avvicinò al padre mettendosi a piangere. Il padre l’abbracciò e fece il gesto della benedizione: era il rito del distacco dalla vecchia famiglia, alla quale la sposa non era obbligata più ad obbedire.

Anche durante il rito in chiesa si diede valore ad alcuni gesti simbolici. Fino alla fine della guerra il matrimonio si poteva celebrare anche nella casa della sposa se la famiglia era in condizione di elargire una congrua offerta. Questo perché il palazzo offriva ambienti per la solennità del rito e soprattutto garantiva quel minimo di privacy perché nessuno doveva criticare l’abito della sposa. Infatti mentre i ricchi lesinavano anche sull’abito, i poveri coglievano l’occasione per esibire una ricchezza che non avevano: “s’avevna fè onour”.

Al momento della elevazione e della comunione Lilein andò a coprire il capo della figlia con un fazzoletto di seta per indicare la sottomissione ai comandamenti di Dio e nel contempo proteggerla dalle forze del male. I nostri nonni ritenevano che la felicità nel matrimonio era messa a rischio dalle tentazioni che le forze del male scatenavano contro la coppia (il serpente di Adamo ed Eva). Al momento della benedizione, invece, toccò alla suocera prendere un orlo del vestito della sposa e allungarlo sotto il ginocchio dello sposo a significare pubblicamente che da quel momento lei era sottomessa a lui, al quale doveva obbedienza e fedeltà.

Al momento della uscita dalla chiesa nella baraonda che si creava per il lancio dei confetti o del riso per auspicare abbondanza, un parente dello sposo tirò fuori il fucile e sparò all’impazzata dei colpi in aria: anche questi scoppi servivano ad allontanare gli spiriti maligni che allora si vedevano dappertutto. Insomma un misto di religiosità autentica e di credenze antiche avrebbero giovato alla nuova famiglia. Abbiamo già raccontato che all’ingresso dei ricchi palazzi c’erano dei simboli apotropaici, lì a protezione anche della casa oltre che della famiglia.

Il giorno dopo il matrimonio c’era il rito della verifica della consumazione dello stesso e l’accertamento della verginità della sposa, camuffato il tutto dalla colazione che le due suocere portavano per ritemprare le forze dei figli. Le suocere qualche volta non si accorgevano che a sporcare le lenzuola era il sangue di una innocente colomba. Come poteva accadere nonostante la ferrea vigilanza sulla “virtù” organizzata dalla famiglia di lei è un mistero. Negli anni sessanta, quando cominciarono a girare le prime macchine, si consentiva l’uscita dei fidanzati solo in compagnia di un fratello o una sorella più piccoli, i quali ci andavano volentieri perché sapevano che sarebbero stati parcheggiati in un cinema per un paio d’ore in cambio del silenzio. Maledetto serpente!

C’è una parrocchia ad Andria dedicata alla Madonna di Guadalupe che non ha nulla a che fare con la tradizione religiosa andriese. Don Vincenzo Labriola accolse il desiderio dell’arch. Leonardo Magno che nel fare la donazione del suolo alla Chiesa chiedeva la intitolazione della cappella a questa Madonna (riferimento al titolo) della quale era devoto. E proprio don Vincenzo raccontava quello che l’affascinava dell’apparizione miracolosa in Messico. Guadalupe significa colei che schiaccia il serpente. Il serpente di pietra era l’idolo degli Atzechi al quale addirittura offrivano le vite umane. Come si vede in tutto il mondo e da sempre o si accetta una religione solida e di sicura affidabilità oppure si ricorre a idoli o venditori di fumo.

Lascia il tuo commento
commenti